Eravamo in fondo alla valle di Montecroce in una di quelle mattine fresche e purissime che mettono nell'aria luminosa qualche cosa di inebbriante. Il Pizzo di Timau ci sovrastava con i suoi arditi castelli basaltici, che lanciavano l'impeto delle loro torri grige verso l'indefinito della distanza, nell'azzurro del cielo, a un chilometro e mezzo sulle nostre teste. Dalle loro basi, fino al fondo della valle, un digradare di macigni precipitati, vario e come pieno ancora del tumulto dei crolli. Dall'altra parte della valle, le spalle boscose del Monte di Tierz, la cui cresta terrosa e fulva conserva lembi di prato che l'autunno dissecca. Fra il declivio dirupato e nudo del Timau e la costa selvosa del Tierz, come fra due quinte, tutto uno sfondo di imponenti vette rocciose: il Pizzo Collina, il Monte Cogliàns, lo Zellonkofel più vicino, una maestà di masse scoscese e chiare, rigate qua e là da un candore di nevi. Mentre l'ufficiale parlava, le montagne si rimandavano l'una all'altra echi fragorosi e senza fine di cannonate.
La cima del Tierz si coronava di nubi bianche e nembi di terriccio, ed udivamo passare sul Timau un canto profondo e fuggitivo di granate in viaggio. Lunghi rimbombi di esplosioni scendevano per la valle, nella quale vedevamo sorgere e dileguarsi cirri di fumo.
Il cannone faceva un formidabile commento alle parole dell'ufficiale — uno degli eroi del Freikofel, promosso per merito di guerra e proposto per tre medaglie al valore — le illuminava di verità precisa, delineava l'immagine esatta dei fatti. Noi le vedevamo le nostre meravigliose truppe sotto a bombardamenti di giorni e di settimane, impavide, pronte all'attacco: l'artiglieria spiegava.
Un soffio di terrore pareva avesse spazzato la valle. Eravamo adunati presso ad una vecchia chiesuola solitaria, e vedevamo poco lontano le case del villaggio di Timau, vuote, chiuse, silenziose. Poco dopo il paesello di Muse incomincia la zona del fuoco e la vita normale agonizza. Più oltre, sulla strada polverosa non si scorge che qualche portatrice frettolosa, con una gran gerla sulle spalle curve; ancora qualche capraia sui prati, immobile presso al suo piccolo armento, e poi niente altro che soldati, e muli in lenta sequela, salmerie che salgono verso quella tempesta che romba. Erano le otto del mattino quando ci siamo incamminati anche noi, in lunga processione.
Il Pal Piccolo, il Freikofel, il Pal Grande, sono vette in fila di una stessa catena lungo la quale passa la frontiera, diretta da oriente ad occidente. Questa catena si allunga fra due valloni, per un gran tratto paralleli: quello dell'Anger al nord, in terra austriaca, e quello di Montecroce al sud, in terra italiana. Due allineamenti di montagne assai più alte formano gli altri opposti versanti dei due valloni. Insomma, per avere una visione chiara del terreno, necessaria alla visione chiara dei fatti, bisogna immaginare, uno di fronte all'altro — uno sulla nostra terra e uno sulla terra austriaca — due maestosi schieramenti di monti, due grandi spalti le cui creste ondulate e prative, che passano i duemila metri, si guardano da sette od otto chilometri di distanza, e fra loro, più in basso, la catena rocciosa del Pal Piccolo, del Freikofel e del Pal Grande, la quale finisce per attaccarsi al Pizzo di Timau.
Queste alture famose, con i loro cocuzzoli nudi, frastagliati, precipitosi, messi in rango, sorretti e legati da balze tormentate e scoscese, formano una strana convulsione di pietra in mezzo ad un calmo e solenne anfiteatro di montagne verdi: le montagne di Tierz, di Cimon, di Crostis, dalla parte nostra; quelle di Köderhohe, di Lancheck, di Polenick (la sola che si culmini in una dirupata nudità pietrosa), dalla parte austriaca.
Avevamo già contemplato la truce regione del Freikofel dall'alto del Crostis, durante una delle ultime escursioni. Avevamo visto sotto a noi una confusione di giganteschi macigni, variegata di sterpi, e solo dopo una lunga osservazione ci era stato possibile individuare le cime, distinguerle l'una dall'altra, e sorprendervi a poco a poco la nascosta vita della guerra. Gl'incamminamenti coperti, le paurose scalinate scavate nel sasso entro l'ombra di canaloni, i rifugi arrampicati miracolosamente nei greti, i baraccamenti annidati ai piedi delle pareti rocciose, e qua e là le trincee, tutto minuscolo, strano, fatto di solchi, di celle, di tane, fra sparpagliamenti di tronchi trascinati lassù, simili a festuche di paglia, pareva dovuto ad un lavoro d'insetti infaticabili e industriosi. Il cannone taceva, e nel silenzio freddo delle vette risuonavano continuamente dei colpi di fucile, cupi, lunghi, con quel rumore caratteristico delle tavole gettate a terra, un rimbombo da legname scaricato.
La lotta si accanisce in questa aspra regione perchè c'è il Passo di Montecroce. La valle austriaca dell'Anger e quella italiana di Montecroce sono in comunicazione. La catena rocciosa del Freikofel ha un taglio profondo nel quale una buona strada si snoda. Per questa strada si può scendere dal Gail al Tagliamento. Padroni del Passo di Montecroce, gli austriaci potrebbero premere verso gli sbocchi che conducono, per le valli del But, del Degano e del Tagliamento, alle retrovie del nostro esercito operante sull'Isonzo. Non andrebbero lontani, ma farebbero sentire una pesante minaccia sul nostro fianco.
Per aprirsi la via di Montecroce non hanno risparmiato sforzi. Avevano preparato numerose strade militari, avevano creato nella zona del Passo un vero campo trincerato, e fin dall'inizio della guerra, concentrate truppe e artiglierie in quantità preponderanti, hanno tentato di forzare il varco. L'azione su questo settore ha avuto tre periodi distinti: offensiva austriaca e resistenza nostra; controffensiva italiana e conquista delle vette; equilibrio. Noi non vogliamo avanzare, siamo sulla frontiera naturale, non reclamiamo terre al di là, e non vogliamo disperdere energie in obbiettivi strategici di secondario valore.
Ma la lotta non si acquieta. Gli austriaci tornano e ritornano all'attacco, tentano e ritentano, costone per costone, vetta per vetta, cercano di smuovere la stupenda barriera di eroismo contro la quale ogni assalto si sfascia e si abbatte nel sangue. Alle volte lasciano trascorrere qualche settimana nell'inerzia, poi, impetuosamente, sferrano un colpo di sorpresa. Sperano di trovarci indeboliti, immaginano forse che, ingannati dalla quiete d'una falsa rinuncia, i difensori abbiano assottigliato le loro schiere.