I preparativi fervono. Le grandi braccia lente delle gru hanno posto nella stiva aperta le ultime casse. Erano bagagli d’emigranti, poveri bauli di legno grezzo, cesti, vecchi cofani borchiati di ferro che gemevano sotto la stretta delle funi. La passerella viene ritirata. Nulla è più fra la terra e la nave. Si ode un comando. Gli argani di prua si mettono a girare con frastuono: l’àncora sale, esce lentamente dal mare bagnata e scintillante. Gli ormeggi si allentano. Sotto alla poppa l’acqua comincia a ribollire, si forma un vortice da cui la spuma fugge in tumulto spandendosi lontano: l’elica è in moto.
Gli emigranti si accalcano ai parapetti, si arrampicano agli attacchi delle sartie, lottano per un posto, pallidi, silenziosi, risoluti.
Il piroscafo si sposta: lentamente lentamente scorre lungo la banchina. La folla muta lo segue passo passo facendo dei segni d’addio. Qualche fazzoletto sale agli occhi, ma per poco; non c’è tempo di piangere, si vuol vedere, vedere fino all’ultimo, vedere fino che è possibile: i momenti sono preziosi. Gli occhi non si distolgono un istante dalla nave; occhi rassegnati e dolenti, nei quali con l’espressione della sofferenza vi è tanta dolcezza d’implorazione. Chi soffre rassegnato ha lo sguardo del vinto che domanda pietà, ed emana da lui tutta la poesia della sconfitta. Una povera donna solleva sulla testa un bambino che saluta con tutte e due le manine, ridendo.
Ad un tratto il vortice di spuma diventa tempestoso, l’elica comincia a pulsare rapidamente facendo vibrare la nave tutta. La terra si scosta. Allora delle voci si levano, dei pianti mal contenuti scoppiano. Poi, improvvisamente, dai fianchi del piroscafo si sferra il grido disperato che stringe il cuore, l’urlo che quasi non sembra più umano: Addio!! E mille braccia si tendono verso la terra e si agitano quasi nell’inane sforzo d’un ultimo amplesso.
***
Addio! risponde la folla già confusa sullo scalo. Sopra di essa biancheggiano i fazzoletti agitati, e ogni fazzoletto è riconosciuto da bordo come se fosse un volto, è seguìto fissamente, avidamente. Quel puntino bianco che sfarfalleggia sulle teste ripete ancora una volta tutto quel mondo di cose inesprimibili che le anime sanno dirsi quando il pianto rende muta la bocca.
Ogni cosa sparisce lontano; gli uffici doganali e i docks del ponte Federico Guglielmo non sembrano più che casette biancheggianti al sole. Si passa vicino ad una nave-scuola, dalla quale arrivano le allegre battute d’una marcia militare; dei ragazzi in uniforme marinaresca si affacciano al parapetto agitando i berretti. Il nostro piroscafo silenzioso si allontana scivolando sull’acqua calma e serena. Sopra un carboniere, dei marinai in catena eseguiscono una manovra, e il loro canto lietamente si spande nella quiete del porto. Si gira il Molo Vecchio, dietro al quale spunta la foresta delle alberature veliere, un intreccio folto di sartie, di scale e di pennoni che spicca sull’azzurro immacolato del cielo; il mare scherza in mille modi sugli scogli intorno alla lanterna. Allegri squilli di tromba vengono da due navi da guerra ancorate al Molo Lucedio; dei canti lontani pare che si chiamino. I gabbiani si rincorrono a fior d’acqua gridando, come per giuoco. Girando il Molo Giano per uscire dal porto, Genova intera si apre allo sguardo, vigilata dai forti, incantevole. Vi è per tutto una gioiosa aria di festa!
Poco a poco ogni cosa fugge all’orizzonte e si annebbia. La faccia della Patria impallidisce lontano, ma lungamente ancora corrono su di lei fervide le ultime carezze dello sguardo nostro....