—Oh!—ho risposto—è questione di tempo!
Rammento un toril dove sultaneggiano dei tori mastodontici venuti dall’Inghilterra, i quali hanno ai loro ordini servi e scudieri; rammento numerose famiglie di struzzi che fuggivano davanti al nostro galoppo, simili a gruppi di piccoli cammelli con due sole gambe.
Dopo sei ore di cavallo ho cominciato ad accorgermi che la sella indigena è deplorevolmente incomoda; che il sole del gennaio sud-americano dà dei punti a quello del nostro agosto; che la pianura sconfinata ha—come il mare—le sue attrattive, ma che qualche gruppo d’alberi—come un po’ di terraferma in navigazione—sarebbero d’una comodità indiscutibile.
Ma la fatica, il caldo e la sella incomoda ho presto dimenticato laggiù nel fresco patio della villetta rosa, dondolandomi nell’amaca. E pensando alla vita della prateria ho provato una grande compassione per me stesso che andavo a rituffarmi nella vita sociale, laggiù a Buenos Aires.
Bella cosa esser gaucho! Perchè, vedete, il cavallo selvaggio, il toro furioso, la tormenta della Pampa, il sole tropicale sono tutte cose pericolose, non c’è dubbio; ma, non è forse peggio, qualche volta, quel mostro che chiamiamo... « il nostro simile? »
IL LAVORO ITALIANO
NELL’ARGENTINA.
[Dal Corriere della Sera del 29 giugno 1902.]
In una voluminosa pubblicazione, edita or sono tre anni per cura d’un Comitato della « Camera Italiana di Commercio » di Buenos Aires, pubblicazione di carattere ufficiale che è una specie di bilancio dell’opera nostra nell’Argentina, al capitolo dell’industria si legge: