NELLE CAMPAGNE ARGENTINE:
I “COLONI„.

[Dal Corriere della Sera del 24 agosto 1902.]

Nell’Argentina vi sono circa ottocentomila chilometri quadrati di terra coltivabile, dei quali appena quarantacinquemila sono lavorati. Questa è una grande seduzione per le masse che emigrano. La conquista sembra semplice; quella terra non aspetta che il lavoro per profondere i suoi tesori immensi, ecco le braccia, noi ne abbiamo.

Ma l’emigrante, il quale giunge laggiù attratto dal miraggio d’una prosperità che appare certa, il quale sogna di divenire proprietario—per il diritto che dà il lavoro—di una terra che ora è abbandonata, selvaggia e infruttifera, si accorge ben presto che la realtà è ben diversa dai bei sogni che hanno confortato il suo distacco dalla Patria.

Ecco ciò che egli trova:

Della grande superficie di terra disponibile soltanto una parte ben piccola è accessibile, ossia solo quelle terre i cui prodotti possono essere trasportati, o potranno essere trasportati in un futuro non eccessivamente remoto. A dieci leghe da una ferrovia o da un fiume navigabile il prezzo del trasporto assorbe il valore del prodotto; da lì incomincia la sterminata zona della terra inutile, sulla quale non è possibile che la vita selvaggia, senza contatti con l’umanità, vita che è inaccettabile se ad essa non si dà la speranza di un limite. Vi sono terre non attraversate presentemente da strade ferrate, ma che lo saranno probabilmente. Qui la vita selvaggia è affrontabile, perchè vi è la probabilità di uscirne presto. In fondo tutti questi calcoli di tempo non debbono sorpassare i limiti della vita umana; si ha un bel predire un fulgido, favoloso avvenire nelle età future: questo non ci commuove come la speranza della più modesta agiatezza balenataci nella mente quale compenso al nostro lavoro.

La terra aperta al fecondo lavoro dell’uomo si riduce dunque ad un tredicesimo circa di tutta la terra coltivabile, ad un quarantaduesimo della superficie totale della Repubblica. Orbene, questa terra in massima parte non è più libera, ed ha un costo che la speculazione ha reso esagerato.

Entriamo un poco nel meccanismo della compra-vendita dei terreni. Essi appartengono in grande parte a latifondisti argentini, che sono arrivati al possesso quasi sempre o per diritto di « denuncia »—per il quale si poteva una volta divenire proprietarî delle terre denunciate allo Stato come libere—o più spesso per favoritismi, per compensi di maneggi politici, per regalìa governativa, o magari per nessun diritto. All’epoca della sanguinosa conquista, quando le misere tribù indiane furono spazzate vie dalla Pampa, enormi lotti di terre vennero cedute ai capi dell’armata e agli amici del governo. Queste terre non avevano che un valore minimo, erano pascoli brulli e selvaggi. L’emigrazione nostra, introducendo l’agricoltura, diede loro un ben maggior valore, e la terra divenne in breve oggetto della più sfrenata speculazione, i cui lucrosi compensi pagava e paga il lavoro italiano.

Il coltivatore non ha altro sogno che quello di divenire proprietario. Sfruttare questa aspirazione legittima, ecco la base della speculazione, che è sempre proceduta e procede così: Il latifondista divide la sua proprietà in porzioni che affida, al momento opportuno, alle vendite al remate—specie di asta pubblica. Se la corrente immigratoria è forte, e se i terreni sono facilmente accessibili, egli trova subito degli speculatori delle Società di speculatori che comperano. Spesso quelle terre, magnificate da réclames veramente americane, passano da remate in remate aumentando straordinariamente il loro costo, senza che nessun lavoro abbia aumentato menomamente il loro valore. È il lavoro futuro che si va ipotecando. Finalmente, quando l’opportunità si presenta, la terra, divisa in piccoli lotti, passa ai coltivatori a condizioni disastrose.