In un paese, come l’Argentina, dove gli uomini pongono bene spesso sulla bilancia della Giustizia il peso delle loro influenze e delle loro relazioni, lo straniero, che non ha nessuno di questi pesi da mettervi, trova la bilancia terribilmente difettosa. Per ridurla normale i rappresentanti del suo paese dovrebbero gravarvi quanto basta con la loro autorità. I nostri rappresentanti parlano seriamente di garanzie costituzionali argentine sulle quali ci si dovrebbe fondare, e partono in ogni questione dal principio che « non deve supporsi un diniego o una violazione di giustizia ». Già, come se quella bilancia laggiù andasse bene!
Un diplomatico italiano mi disse un giorno che gli emigranti, per il solo fatto di essere andati laggiù, accettavano tutte le condizioni nelle quali si svolge la vita di quel paese, accettavano la sua giustizia, la sua amministrazione, ecc. Il ragionamento è comodo, ma è falso. Essi, poveretti, non sanno nulla di nulla; essi accettano, come la pecora, per il solo fatto che segue il gregge, accetta la forbice che la tosa o il coltello che la scanna. Ed è così che molti, troppi dei nostri rappresentanti diplomatici sentono la loro missione. È pur vero che chi di loro vuol fare non può.
Non può perchè v’è la consuetudine, v’è il precedente. Un console od un ministro italiano che prendendo a cuore una questione parlasse alto, risoluto, fieramente, non metterebbe troppo pensiero alle autorità locali, le quali potrebbero sempre dire: nella tale occasione analoga a questa si fece così e così, e foste contenti; in questa faremo lo stesso, e dovrete essere contenti. Non può perchè i casi per levare voci di protesta, per invocare a grandi gridi la giustizia sono tali e tanti, che un console coscienzioso, nell’America del Sud, non saprebbe dove cominciare, dove mettersi le mani, se non nei capelli per la disperazione. Non può perchè sa che alle spalle non ha—povero emigrato anche lui—che una ben debole protezione. Il Governo non vuole seccature, non vuole complicazioni; il diplomatico più abile è quello che dà meno noie, che solleva meno incidenti. Non bisogna essere troppo esigenti, Dio mio, bisogna contentarsi delle spiegazioni che i governi interessati hanno la bontà di fornire. Il diplomatico che ha troppi scrupoli è presto tolto di mezzo; le buone relazioni internazionali sono salve. C’è la consuetudine anche in questo: tanto che se il nostro Governo per una volta si associa alle proteste di qualche suo agente, non mette una gran soggezione, nemmeno ad un Venezuela. È una cosa così nuova! Il Governo in fondo dice ai suoi consoli e ministri quello che costoro dicono ai « regî sudditi »: Sbrigatevela da voi!
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Ed essi se la sbrigano. Cercano di tenersi amiche le autorità locali, procurano di non urtare in niente, d’andare avanti sgusciando destramente fra questione e questione, persuasi qualche volta che quella è la buona via per cementare gli accordi fra Governo e Governo, per fomentare le fratellanze. Le autorità locali ne sono enchantées. Così essi assicurano la tranquillità dei rapporti diplomatici e non compromettono la loro carriera.
E non hanno torto. La carriera li preoccupa giustamente. Essi sono degli impiegati; anzi sono troppo impiegati. E la diplomazia non dovrebbe procedere alla stregua della burocrazia. La promozione e il trasloco degli agenti diplomatici dovrebbero essere soggetti a ben diverse leggi da quelle che regolano la promozione e il trasloco di altri impiegati dello Stato. Non può un diplomatico essere, supponiamo, vice-console ad Anversa, console a San Paulo del Brasile, console generale a Costantinopoli, segretario a Tokio, come un impiegato alle imposte dirette è commesso a Sassari e ricevitore ad Otranto. L’azione del diplomatico spazia nell’ambiente in cui egli vive, e deve essere diversa a seconda dei diversi ambienti. Un console non può limitarsi nell’Argentina o nel Brasile a dare ai suoi connazionali la sua protezione nella stessa misura e nella stessa forma con le quali le dà, che so, a Londra o a Berlino. I governi, le autorità, la Giustizia, le amministrazioni offrono ben diverse garanzie nei diversi paesi, ed è assurdo che l’azione dei consoli sia limitata dagli stessi « principî stabiliti dal governo del Re » in qualunque parte del mondo si trovino. Il console deve poterne uscire da quelle trincee protocollate, e per uscirne deve conoscere intimamente l’ambiente. Ma questo non avverrà mai finchè egli sarà portato dalla sua « carriera » a considerare il posto che occupa come una posizione transitoria.
« Fra tre, fra due, fra un anno io me ne andrò »—egli pensa—e prosegue soavemente la sua via, chiudendo occhi e orecchie alle proteste che si levano intorno a lui e alle domande angosciose d’aiuto e di difesa. Se egli poi, per lunga residenza o per alto sentimento del dovere, approfondisce l’ambiente, sa trovare tutte le fila del nuovo meccanismo sociale nel quale si trova, conosce gli uomini che lo circondano, sa parlar loro, sa chiedere, concedere o volere, ecco che viene sbalestrato agli antipodi. Noi avevamo, per esempio, un funzionario pratico dell’Africa che conosceva l’Eritrea e i suoi abitanti perfettamente, che parlava l’arabo e l’amarico e lo abbiamo mandato console in.... Cina, come se i cinesi e gli abissini fossero la stessa cosa. Così, su per giù, avvengono i nostri « movimenti diplomatici. »
Gl’Inglesi invece... (È seccante dover ricorrere sempre all’esempio inglese, ma gl’Inglesi, pur troppo, anche qui, hanno un’indiscutibile superiorità). Gl’Inglesi, dicevo, per molti paesi creano dei diplomatici direi quasi specialisti. A Pechino vi sono presso la Legazione inglese numerosi studenti di cinese i quali, giunti a maturità di studio, diventano consoli inglesi disseminati nel Celeste Impero. Il presente ministro inglese a Pechino è uno degli orientalisti più stimati e le sue opere sull’antica letteratura cinese sono preziose. In molti paesi, nell’Argentina fra gli altri, alcuni consoli d’Inghilterra sono dei commercianti. Essi offrono moltissimi vantaggi: conoscenza perfetta del paese, delle sue forze economiche, della sua potenzialità produttrice, della sua potenza di consumo; poi innegabile abilità diplomatica, perchè la ruse d’un commerciante non ha rivali; inamovibilità, che è garanzia di serietà, di circospezione e di pratica dell’ambiente. Infine vantaggio non minore è che gli interessi della loro nazione combinano con i loro stessi interessi; una diminuzione di prestigio è una diminuzione d’affari; la prosperità del commercio inglese è anche la loro fortuna. Essi sono mescolati alla vita sociale, la forza che deriva dalla loro autorità non rimane rinchiusa nel loro ufficio, ma irradia su tutta la vasta cerchia dei connazionali che hanno con essi affari, rapporti e contatti. Non è certo desiderabile che, per imitare gli Inglesi, i nostri consoli nei centri minori divenissero commercianti e viceversa; ma che i consoli fuori d’Europa restassero a compire la loro carriera diplomatica nel paese che essi conoscono di più, questo sì che sarebbe veramente da pretendersi.
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Col nostro sistema è chiaro che il Governo non potrà sempre avere—attraverso i suoi rappresentanti—un’idea troppo chiara dell’essenza e dell’indole di certi Governi lontani e per conseguenza della maniera di trattare efficacemente con essi.