—L'Abadessa chi sa che cosa s'immagina! Quel che fa ridere non è peccato.

* * *

Fu un gran trionfo per Cardello. Da principio le molte teste di monache e di educande affollate dietro le cinque grate del parlatorio, e che ridevano anticipatamente soltanto a vederlo in mezzo al grande stanzone, infagottato in quell'abito che gli scendeva fin sotto le ginocchia, ritto, in attesa di cominciare la rappresentazione, lo avevano intimidito. Ma la vanità di far mostra della sua arte gli rese quasi sùbito una gran padronanza di spirito. Egli era Tartaglia, Pulcinella, Colombina, Peppe-Nappa, il Bravo mafioso con la parlata strascicante alla palermitana, uno alla volta, ma dava l'illusione che parlassero più personaggi, ingrossando e affinando la voce, secondo le diverse parti. Dietro le cinque grate era un continuo scoppio di risate, di esclamazioni, di strilli allegri, e il Decano seduto in un angolo davanti al gran tavolino di noce, vicino alla grata accanto al finestrone, rideva lietamente anche lui quando Pulcinella fingeva di prendere a calci e a pugni Peppe-Nappa, o faceva le viste di ricevere una fitta di legnate dal Bravo mafioso, che poi scappava, appena Pulcinella, rimessosi dal primo sbalordimento, gli levava di mano il bastone e lo tempestava di colpi…. Sembrava di vederli!…

Cardello aveva accozzato alla meglio tutte le parti che gli erano venute in mente; e all'ultimo, mentre Tartaglia benediceva gli sponsali di Colombina con Pulcinella, tartagliando peggio di prima e piangendo dalla consolazione di maritare la figlia, le risate furono tali che Cardello si mise a ridere anche lui.

Gli era parso di esser tornato ai bei tempi, quando già cooperava con don Carmelo alle rappresentazioni e fin l'Orso peloso gli diceva: bravo!… E uscendo dal parlatorio, e seguendo a dieci passi di distanza il padrone, con un fazzoletto pieno di dolci in una mano, e l'ombrello di seta rossa sotto l'ascella, rivedeva la bambina morta, la povera uccisa, e don Carmelo che avrebbe finito la sua vita nel carcere a cui lo avevano condannato appunto in quei giorni, come se n'era sparsa la notizia; e mai come in quel momento il vestito nero, la tuba e i guanti color cioccolata gli erano pesati addosso peggio di una ridicola mascheratura.

—Sei contento?—gli domandava talvolta il sagrestano che lo aveva allogato presso il signor Decano.

—Contentissimo!—

Non osava di dire che si annoiava mortalmente, specie la sera quando il signor Decano, fatto un giro d'ispezione assieme con lui per le stanze e gli stanzini, si metteva a letto di buon'ora, e voleva che andasse a letto anche Cardello.

Era venuto l'inverno; le nottate non finivano più. Cardello si voltava e rivoltava nel lettuccio, senza poter chiuder occhio prima di parecchie ore di veglia. Le rappresentazioni dei burattini finivano appunto verso le undici ed egli si era ormai abituato a non andare a letto prima dell'una dopo la mezzanotte. Ah! se avesse potuto trovare un altro burattinaio come don Carmelo! Avrebbe abbandonato volentieri anche quella cuccagna dove minacciava d'ingrassarsi peggio del padrone, pur di fare una vita più attiva, più varia! Là sempre le stesse cose: alzarsi, preparare il caffè col torlo d'uovo e i biscotti pel signor Decano, spazzare le stanze, rifare i due letti, spolverare, lustrare scarpe e stivali, accompagnare il padrone dal macellaio, dall'erbaiuolo, dal pizzicagnolo e poi al monastero per la messa alle monache, e alla Matrice pel coro e per la messa cantata, e tornare a casa a preparare il desinare. Dopo un anno, in cucina poteva fare tutto da sè, quantunque il signor Decano si affacciasse spesso colà per dargli, e non occorreva, una mano di aiuto e insegnargli qualche nuovo intingolo col Libro dei Cuochi sotto gli occhi. E andando al mercato, o stando in cucina, il signor Decano non scordava mai di fargli ripetere:

—Su, don Calogero; come diceva quel bestione?