— Penso come farai quando io non sarò più.
— Questo non avverrà.
— Come non avverrà? Non posso essere eterna. Per ciò vorrei che tu ti abituassi a decider da te, anche a costo di sbagliare qualche volta. S'impara sbagliando.
— Tu non sbagli mai.
— Sbaglierò apposta, per castigarti.
— Su: che ne dici, mamma? Che ne dici?
Pareva un bambino che chiedesse un giocattolo; e aveva venticinque anni!
Morta la madre, egli si consultò col vecchio amico di famiglia, il signor Bompiani, che abitava al primo piano della stessa casa, assieme con la moglie, più vecchia di lui, ma vivace e piena di spirito quanto lui: un'amabilissima coppia che gli voleva bene come a un figliuolo. Da anni, le domeniche, a vicenda, i Verdesi desinavano dai Bompiani e i Bompiani dai Verdesi, senza cerimonie, alla buona; e Romano aveva voluto che la gentile abitudine continuasse non ostante ch'egli fosse rimasto solo.
Ordinariamente i Bompiani restavano in casa la sera, e spesso Romano andava a passare qualche ora da loro, che ricevevano sempre un piccolo numero di amici della loro stessa età o poco meno, borghesi agiati, impiegati in riposo, già colleghi del signor Bompiani al Ministero delle Finanze. La conversazione non riusciva straordinariamente divertente quantunque intervenissero le mogli e le figliuole di tanto in tanto. Ma Romano non era intelligenza da poter annoiarvisi. E poi aveva, una sera sì, due sere no, o tutte le sere, un piccolo consiglio da chiedere. Voleva andare a letto con l'animo tranquillo intorno a qualcosa che doveva fare il giorno dopo.
In quei desinari delle domeniche, che continuavano la tradizione delle due famiglie, quando toccava ai due vecchi di salire al secondo piano, la signora Bompiani, vedendo la tavola apparecchiata, non tralasciava mai di esclamare: