Immerso negli affari, costretto a frequenti viaggi, dopo due anni era ancora ossessionato, quantunque diversamente, dalla sua giovanile Chimera di sovrapporre l'Ideale alla Realtà; ma non trovava modo di attuare neppur dalla lontana quel vaporoso sogno che gli sembrava, forse, eccelsa cosa appunto perchè vaporoso.
Poi finì col cedere, con assaporare i frutti della ricchezza allo stesso modo di tanti altri, che non avevano mai chimerizzato come lui.
Talvolta, in certi momenti di nauseante sazietà, pensava, quasi come ad avvenimento fantastico, a quei giorni trascorsi su la collina di Ripasseti, nella casa terrena del vecchio fittaiolo, e a quel rotolo di manoscritto che, da allora in poi, non aveva più ripreso in mano e quasi non gli pareva più cosa sua.
Ma un giorno che aveva dovuto rimanere in casa per una lieve indisposizione, si ricordò di esso, lo ricercò, lo svolse e cominciò a leggere.
Gli sembrava di sentire una voce d'oltretomba!
Tutto quell'impeto lirico gli arrivava al cuore come un'amara irrisione. Ed era stato gran parte dell'Anima sua e del suo Spirito!
Un'idea gli attraversò il cervello. Si fermò a riflettere e si decise. Gli parve l'ultimo commosso omaggio alla parte più buona di sè stesso.
Chi lo avesse visto, quella notte di aprile, scendere cautamente nel giardino dietro la sua palazzina, con qualcosa sottobraccio; chi avesse assistito al suo lavoro di escavazione del terreno, a piè d'un grand'albero di arancio, non avrebbe mai immaginato che la urnetta di bronzo, deposta nella piccola fossa profondamente scavata, contenesse il manoscritto della sua Chimera, come aveva voluto intitolarlo prima di farvelo saldare dentro col malinconico motto:
Vivit sub pectore vulnus!