Vedendo che tacevo, la signora Emilia mi prese amichevolmente una mano, e con accento interrotto, pieno di rimpianto e di affetto represso, continuò:
— Come dev'esser felice quella donna! Darei metà della mia vita per essere amata allo stesso modo. Dio mio! Sento già tremare questa mano al solo ricordo, e veggo quegli occhi inumidirsi.... E son già dodici anni! Ma quanti dolori, quante tristezze! Felicità costata troppo cara e che, certamente, non esisterebbe, se invece di essere stati proprio a tempo divisi, avessero potuto vivere uniti, o lei l'avesse posseduta un istante, tutta sua, fra le braccia. Ma, caso o no, quella donna intanto dev'essere troppo felice. Chi non cangerebbe la propria con la sorte di lei? Chi non vorrebbe provare la sua tremenda voluttà di doversi concedere, col corpo, all'uomo che non ama, e di darsi nel punto stesso, collo spirito, al suo assente adorato?
— Oh no, no! — interruppi indignato. — È un amore di altro genere. Ella non lo intende... non può intenderlo.
E mi rizzai in piedi. Avevo bisogno di essere scortese.
La tremenda voluttà di doversi concedere!...
Queste parole mi eran suonate all'orecchio come una profanazione. Oh! Colei mesceva la sua bassa sensualità a un sentimento che non avrebbe appannato il cuore più puro....
Sì, avevo bisogno di essere scortese. E non solo per protestare, ma anche per difendermi dalle strane impressioni della sua voce, che mi s'insinuavano per tutto il corpo vellicando dolcemente i nervi con irritazione delicata.
Temevo di dimenticare troppo presto le belle risoluzioni della notte.
Fu un istante.
Tornai a sedermi; volevo correggere quell'impeto troppo violento che l'aveva un po' mortificata.