Questa sensazione mi produsse l'effetto di un calmante. E quasi incoscientemente feci voltare addietro la giumenta e ripresi il cammino verso la Marza.
Ero vergognoso; non volevo neppure rammentarmi d'avere tentato quella fuga. Dalla strada spiavo le finestre del villino di Conca di Pietra; erano ancora chiuse. La mia lettera fortunatamente non poteva essere stata scoperta. E davo di sproni alla giumenta che scuoteva la testa, costernata dell'insolito trattamento.
Volevo arrivare senz'essere veduto. Eh, sì! Quando fui a pochi passi dal villino, la finestra della signora Emilia si aprì, ed ella sporse fuori il capo curiosa di vedere chi mai potesse arrivare a cavallo.
— Oh, lei, signor Claudio? — esclamò meravigliata.
— Buon giorno, — risposi, cercando di dissimulare il turbamento.
— Ha fatto una passeggiata troppo mattiniera.
— Stupenda, — risposi accostandomi, curioso d'osservarla da vicino.
Era nel più bel disordine, appena levata da letto. I capelli le scendevano arruffati sul collo; una leggiera sciarpa a strisce di più colori le copriva le spalle e le braccia, lasciando scorgere gli smerli della camicia ampiamente scollata in giù della gola; la pelle del volto era ancora quasi madida del calore delle coltri. Ella accostava la sciarpa alla vita, con atteggiamento che voleva esser pudico e riusciva procace. Le braccia, sfuggenti ignude dalle corte maniche della camicia, reggevano a stento le vesti tirate su in fretta, cadenti da ogni parte con voluttuoso abbandono, e le davano l'aria di persona uscita allora allora dalla stretta di lunghi abbracci, con l'ambrosia sulle labbra dei baci dati e ricevuti.
A quella vista ebbi abbagliamenti e vertigini. La casta e malinconica figura di Jela, offuscata dagli splendori di quell'apparizione sfolgorante, non trovò più forza di farsi scorgere dalle mie pupille intorbidate.
— Stupenda, — ripetei, senza proprio sapere quel che mi dicessi, divorando cogli occhi quel corpo semivestito, a cui la febbre della mia immaginazione levava d'attorno ogni velo.