Più in là prendemmo una scorciatoia a traverso i campi, per evitare di incontrar gente e per giungere a tempo alla piccola stazione di Bicocca.
Vi arrivammo che già spuntava il sole. Il treno avrebbe tardato appena un quarto d'ora a passare.
Spossata dal viaggio e più, forse, dalla commozione, la signora chiese un bicchier d'acqua. Il Capo stazione la invitò gentilmente a salire in camera di sua moglie; lassù avrebbe anche potuto riposarsi meglio che su le panche di legno della saletta di aspetto.
Le tenni dietro. Smaniavo di vedere in viso la persona che dovevo accompagnare non solamente per altri due lunghi giorni di viaggio, ma finchè il mio amico non avrebbe potuto venire presso di lei senza farsi scorgere.
Quando la moglie del Capostazione le presentò il bicchier d'acqua, la signora alzò il velo poco più in su delle labbra e bevve lentamente. Aveva un collo stupendo. La carnagione bruna traeva un po' al pallido. Capelli nerissimi, viso ovale piuttosto piccolo, mento gentile, bocca come un anello, ma seria per naturale atteggiamento delle labbra; ecco quel che potei vedere con un'occhiata investigatrice, nell'intervallo di due secondi, tra la alzata e l'abbassata del velo. Avevo proprio indovinato!
Bella, nello stretto significato della parola, non mi parve; intendo di quella bellezza scintillante, sfolgorante, che non si lascia discutere ma s'impone. Piacente sì; molto piacente, e per me, infine, voleva dire più che bella.
Non avevo però veduto la vera espressione del viso, la vera anima: gli occhi; e bisognava attendere per pronunciare un giudizio. Frattanto m'abbandonavo a un lavoro di ricostruzione simile a quello dei naturalisti. Dato quel collo, quel mento, quella bocca, quella carnagione, quella statura, quei capelli, quale avrebbe dovuto essere l'espressione del volto e, più specialmente, degli occhi? E una serie di visi ora accennati, ora sbozzati, ora disegnati con accuratezza e coloriti con amore, tremolava, brillava, si sbiadiva, spariva, ricominciava ad apparire innanzi a' miei occhi fissati sulla banchina ghiaiata sottostante alla finestra.
La signora intanto, seduta presso il capezzale del letto su una seggiola impagliata, col capo appoggiato ai guanciali, e le mani ferme su le ginocchia, riposandosi dalla fatica del cavalcare, pensava Dio sa a che cosa!
***
Nel vagone rimanemmo soli. Speravo che quel velo importuno sarebbe stato alfine rimosso.... Niente affatto. Ella si adagiò in un canto quasi per cercar di dormire, ed io dovetti rassegnarmi scambiare qualche parola con la cameriera, che non era nè giovane, nè bella, ma aveva una fisonomia intelligente, maliziosa, e prodigava l'eccellenza.