Palermo, Tip. ANDO'.
A EDOARDO ROD
Carissimo Amico,
Terminando di leggere la semplice storia dell'umile famiglia e dell'umile lite che vi ha fatto scrivere nell'Eau courante pagine così schiette e così evidenti da far dimenticare che si tratti di finzione d'arte—e questo mi sembra il più bel elogio a cui un romanziere possa aspirare—io pensavo:
L'amico Rod, come tanti altri, ha abbandonato la novella e da un pezzo!
E il caso vostro mi ha spinto a riflettere che non si tratta di un fenomeno personale quasi eccezionale, ma di tendenza, spiccata, del lavoro letterario di questi ultimi anni.
Il romanzo già uccide la novella?
A un novelliere impenitente come me il fatto dà molto da pensare. Anche nella ricca produzione francese i volumi di novelle cominciano a divenire di mano in mano più rari. Siamo lontani dal tempo in cui Guy de Maupassant conquistava la celebrità con parecchie serie di narrazioni, la più lunga delle quali non sorpassava le cinquanta pagine, e che ottenevano l'onore di frequenti ristampe.
A chi attribuire la colpa del quasi abbandono di un genere letterario fiorito riccamente per tanti secoli e in grande onore fino a pochi anni fà?
Nell'ansiosa fretta di vivere e di di godere che ci urge, avrebbe dovuto accadere altrimenti. Con narrazioni brevi, spigliate, sorridenti d'ironia e di umore, o piene di sentimento e di tragico raccapriccio, dove le figure tracciate alla lesta, di scorcio, dove le passioni condensate, rettificate come l'alcool, sembravano di corrisponder meglio alla febbrile richiesta di impressioni e di sensazioni rapidamente diverse, la novella avrebbe dovuto guadagnare terreno invece di perderne.