— La moglie?

— O il ganzo.

— O tutt'e due!

— Come? Dopo tant'anni? Che noia gli dava?

— Appunto, forse, perchè accettava tranquillamente il fatto compiuto.

— E' un'infamia! E nessuno li denunzia?

— Non ci sono interessati a farlo. Si è trovato un testamento di parecchi anni fa, col quale egli istituiva sua erede universale la moglie.

— E così, ora, don Neli Tasca sposerà la vedova e si godrà....

— Don Neli Tasca è furbo: non sposerà. Con quella donna, non si sa mai....

— E dire che è stato un matrimonio di amore! I parenti di lei non volevano. — Chi sposi? Uno che ancora non ha nè arte ne parte? — Allora Natale Mirone era studente di terz'anno in legge. Vista l'ostinatezza di lei, i parenti, all'ultimo, acconsentirono. La cerimonia religiosa fu quasi lugubre. A sera avanzata, non eravamo una diecina nell'ampia chiesa di cui poche candele accese sull'altare di una cappella rischiaravano l'oscurità. La sposa vestita dimessamente, con l'abito di tutti i giorni, accompagnata soltanto da una zia e dalla madre di lui, tutte e tre con quegli scialli neri che io non ho potuto mai tollerare e che mi mettono di malumore anche oggi quando li rivedo. Scortammo la sposa fino all'uscio di casa sua. Il matrimonio civile fu celebrato un anno dopo, con qualche sfoggio. I parenti di lei ormai si erano rabboniti: e gli sposi che, dalla sera della cerimonia religiosa, si erano sempre visti lei dal balcone, lui dalla via, come due innamorati, andarono ad abitare una casetta di quattro stanze, arredate semplicemente, quella con la facciata verde pisello, non ancora sbiadita, perchè una volta le cose si facevano con coscienza, quella dirimpetto alla chiesuola di Santa Lucia; l'ho riveduta questa mattina, arrivando.