IL SEGRETO DI DORA

Dovevano rivedersi dopo sette anni. E da parecchie notti tutti e due non chiudevano occhio, ossessionati dal ricordo della terribile scena che li aveva divisi: egli smaniante sul giaciglio del carcere che ora gli sembrava imbottito di spine; ella nella camera dove si era rifugiata, come una vedova, dopo di avere fin fatto sigillare e murare l'uscio della camera maritale, quasi non volesse lasciarsi mai vincere dalla tentazione di entrarvi.

Sette anni di carcere per lui, sette anni di austera solitudine per lei avevano ammortito, se non dissipato interamente, i sentimenti di odio e di sdegno da cui erano state travolte le loro giovani vite. E le esortazioni, i buoni uffici dei parenti e degli amici avevano finalmente ottenuto che il pentimento e il perdono iniziassero un'esistenza nuova per quelle due sventurate creature.

Soltanto, il padre di lui nè la mamma di lei non avevano potuto indurre la nuora e la figlia a far smurare l'uscio della camera maritale chiuso così da sette anni. Con inesplicabile risoluzione, ella avea voluto che quell'atto fosse compiuto sotto gli occhi del Giudice istruttore del processo, facendo notare in un verbale firmato dal magistrato e da quattro testimoni che tutto era rimasto nella camera come si trovava nel momento del delitto, sotto la sorveglianza delle guardie di questura.

— Non volete dunque dimenticare, figliuola mia? — Permettetemi di chiamarvi sempre così. — Non avete dunque perdonato? — le diceva il commendatore Loveni, invecchiato più dai dispiaceri che dagli anni.

— Sì.

— Perchè vuoi che rimanga ancora quel triste ricordo? — insisteva la signora Marozzi con le lacrime agli occhi. — Non hai dunque sinceramente perdonato?

— Sì! Sì!