Quella sera, tardi, il canonico Spano che diceva in camera l'uffizio — ed era in maniche di camicia con lo zucchetto in testa, dal gran scirocco — vide arrivare lo zi' Sanguedolce, torbido in viso, che gli si buttò in ginocchio dal lato del seggiolone a bracciuoli.
— Tanta fretta?
— Confiteo Dio onnipotente...
— Chiudete almeno quell'uscio.
— Non importa. Dunque... sigillo di confessione. Prima fu mio fratello che mi disse: — Questo figlio mi è cascato dal cielo! — Non ne sapeva niente, poveretto!... Voleva fare, voleva dire.... Ammazzare, squartare.... Fu prudente; e il dolore gli fece groppo allo stomaco: ne morì.
— Lasciamo andare — lo interruppe il canonico. — Veniamo ai vostri peccati.
— Poi — continuò Sanguedolce, con la voce che gli tremava — fu lei, sua moglie, due mesi dopo, in punto di morte: — Badate, cognato! Luciano è figlio di... Lagnusazzu. Badate, cognato!... Peccato grande! L'ho scontato. — Ecco perchè!... Ecco perchè!...
E scattò in piedi, guardandosi attorno, atterrito che qualcuno avesse potuto udirlo.
— Non c'è più, dunque, Gesù Cristo lassù? No, non c'è più?