Senza mastro Tano era impossibile di combinare una serenata. Il suo violino parlava: — Buona sera! Buona sera! — con la voce di un cristiano. E se, smesso il violino, egli prendeva a suonare lo zufolo di canna, altro che il flauto del farmacista Arcurio quando egli vi soffiava: Mira Norma, ai tuoi ginocchi.... e la gente si affollava davanti alla farmacia!
Saro Barreca, quella domenica, pareva pazzo. Andava di qua, di là, su e giù anche pei viali fuori Porta, domandando a chi incontrava: — Avete visto mastro Tano, il suonatore? — Nessuno lo aveva visto. Neppure la maestra, come chiamavano sua moglie, ne sapeva niente. E il secondo violino? E il contrabasso? Spariti tutti! Poteva immaginare che era un tiro fattogli da Nino Sbrizza?
E, la notte del lunedì Nino diceva a Maria:
— Sei dispiacente; non hai avuto la notturna.
— Vuol dire che ha capito.
— Gliel'ho fatta capire io. Che è?... Piangi?
Maria singhiozzava.
— Parla più forte. Non aver paura! Con questo vento....
Il vento urlava nel vicolo, scoteva i tetti delle case e le imposte, quasi volesse portar via tutto, giù, nella vallata. Nino stentava a tenersi ritto sul solito pezzo d'intaglio che gli serviva da piedistallo. Il vento, che spazzava il vicolo, spazzava via pure le parole della ragazza, un po' soffocate dai singhiozzi.
— Tuo padre?... Che vuole tuo padre?