Allora Icilio Flores sembrava ritornare ai giorni più desolati del suo lutto, e abbandonarsi alla sopraffazione di esso con una specie di rabbiosa voluttà.
Ne era maravigliata anche la signora Lizarri, che si spiegava con uno di questi improvvisi assalti di malata sentimentalità la scena di quella visita così stranamente interrotta. Si erano riveduti dopo più volte, e Flores aveva avuto l'audacia o la sfrontatezza — ella non sapeva quale delle due — di dirle che le sue parole confortevoli di quel giorno gli tornavano a ogni po' alla memoria e gli facevano bene quasi sentisse davvero ripeterle dalla gentile sua bocca.
— Peccato — aveva audacemente e sfrontatamente soggiunto — che io non possa formarmi in casa mia l'illusione di un'immagine, di un profumo da farmi credere alla apparizione, a un passaggio della vostra persona colà!
Un'ammenda? Un invito? Anche la signora Lizarri aveva perduto con quell'uomo la sicura padronanza del suo animo equilibrato.... E sorridendo e con l'aria di chi accetta una sfida, rispose:
— Se non è che questo!
Egli non se l'attendeva. In quel fosco pomeriggio di aprile, con quella pioggiolina che veniva giù fitta, uguale e metteva tanta tristezza, Icilio Flores sussultò sentendo annunziare dal cameriere la visita di una signora, e rimase interdetto vedendo la Lizarri, sfolgorante di eleganza, in piedi, quasi fosse lei che riceveva nel suo salotto.
— Vi ho portato la mia immagine e il mio profumo — disse, stendendogli la mano. — Non potrete dire che non sono generosa con voi, per quanto tutto ciò valga poco.
La prese per tutte e due le mani, baciandogliele ripetutamente; e invitandola a sedere, soggiunse:
— Ecco la Primavera da me!
— Lasciate stare la poesia, Flores! Una primavera che arriva con l'uggia del cattivo tempo, senza un sorriso di azzurro, senza un raggio di sole... e forse in un momento inopportuno....