Angelo Capparota sentì corrersi un acuto brivido per tutta la persona. Un impeto di odio contro il Crogli, contro sua madre, contro tutti coloro che avevano sconvolto la sua beata tranquillità gli strinse il cuore.
— Volete farmi ammattire? — esclamò.
— Scusa — rispose il Crogli. — Non ti dirò più niente. E forse ho fatto male, hai ragione!
Lo vide allontanare, esitando se dovesse richiamarlo: ma la voce gli si strozzò nella gola; e il Crogli non si accorse del gesto della mano che gli accennava di fermarsi. Crollò la testa, quasi per confermarsi nella risoluzione improvvisamente presa, e si avviò con passi frettolosi verso la casa di sua madre.
La signora Giuditta non si mosse dalla seggiola dove si trovava seduta, presso un tavolinetto da lavoro, nella sala da pranzo. Quella stanzetta dava su un giardino ed era la più luminosa di tutta la casa. Dietro i vetri della finestra si affacciavano alcune cime di alberi dorate dal sole. Per godere la vista di quegli alberi e tutta quella luce, la povera vedova, che viveva sola sola con la vecchia serva, preferiva di lavorare colà.
La serva era corsa ad annunziare la inattesa visita del figlio: ma Angelo, introdottosi dietro di lei, non le aveva dato il tempo di far l'imbasciata:
— Mamma, sono io! — aveva detto, fermandosi su la soglia.
La signora Giuditta alzò la testa, e fè segno alla serva di andar via. Guardava suo figlio, severa, attendendo che parlasse.
— Vedi, mamma; son venuto... perchè tu mi levi di pena... Ti chiedo perdono di averti disubbidito... Ma quando si ama, si è ciechi, pazzi... Dimmi, mamma...
Non sapeva come continuare, vedendo il contegno impassibile di sua madre.