— Rispondete alle mie domande; non mi fate stizzire!

Lo veggo: le mie risposte non vi appagano, non vi persuadono. Il mio ritiro in questa campagna deve, secondo voi, nascondere qualche mistero: o una felicità gelosa, o una forte delusione, o un gran dolore!... Niente di questo: ve lo assicuro. La noia, la sazietà, la stanchezza da una parte; il desiderio, la smania, il bisogno, dall'altra, di certe ricerche, di certi studi che il gran trambusto della vita cittadina impedisce di fare tranquillamente e seguitamente; ecco tutto: un'idea vagheggiata da gran tempo, un sogno non mai potuto realizzare più per fiacchezza di volontà, lo confesso, che per mancanza di mezzi.

Finalmente vi ero riuscito! In tre mesi avevo divorato e digerito un centinaio di grossi e gravi volumi: metafisica, scienze naturali, storia, teologia, esegetica... Non ridete; sì, teologia, esegetica! Dimenticavo che voi mi credete uno scettico, forse un cinico, o per lo meno un capo scarico, gaudente e indifferente. Sappiatelo: questo vostro amico Giorgio che vi pare non debba occuparsi di altro all'infuori che di sensazioni e un po' (pochino!) di sentimenti e di inutili fantasticherie d'artista, questo vostro buon amico, come mi piace di sentirmi di tanto in tanto chiamare da voi, ha la curiosità dell'ignoto, la smania del di là, la sete dello excelsior: è quasi un mistico. Un mistico sbagliato, se così vi aggrada; forse troppo cosciente da potere esser tale addirittura, ma tanto quanto basta per spingerlo lontano, lontano, lontano (e chi sa? un giorno probabilmente vi si smarrirà) negli spazii dell'invisibile, dello spirituale, del divino!

Ci vuol la solitudine della campagna per abbandonarsi a voli così deliziosi e non stancarsi subito. L'ebbrezza dell'infinito, la vera grande poesia, la sacra vertigine panteistica, ero venuto a cercarle qui, assetatamente. Non volevo respirare altro, nè vivere d'altro, nè altro sentire e pensare.

Ma è inutile; voi non mi credete; e badate a insistere:

— Perchè? Perchè?

Dovrò dunque foggiarvi un romanzo, una fiaba qualunque? Darmi l'aria di un deluso, di un pessimista, di un uomo che non sa consolarsi?

— È mai possibile? — voi ripetete. — E l'arte? E la gloria? E l'amore?

Dolci, belle, grandiose vanità! Ma lo spirito non può sempre pascersi di esse. Sono il primo latte della mamma; un latte leggiero, acquoso, ben adatto alle scarse forze digestive del neonato; ed io non sono più tale da un pezzo.

L'arte?