Venite con me sulla terrazza; ma non vi affacciate alla ringhiera tutt'a un tratto, potreste avere le vertigini: lì sotto s'apre un abisso. Gli oleastri, i caprifichi, i capperi si protendono dalle rocce, dondolando i rami nel vuoto; l'ampelodesmo ancora verde riveste fittamente il fondo e i dossi della vallata, si arrampica su pei sentieri, va a rannicchiarsi tra un masso e l'altro, dove c'è posto, sotto i larghi rami d'un carrubio, d'un mandorlo, d'un olmo, e rizza i fili duri e taglienti delle sue lunghe e strette foglie, in piccoli ciuffetti, anche lì dove parrebbe che non potesse esserci un pizzico di terriccio da alimentarne le radici. Poi, qui di faccia, guardate quella roccia tutta verde che l'edera ha imprigionato in una vasta rete da cima a fondo; e laggiù, da quest'altra parte, ammirate l'orrido di quella muraglia di rupi che fanno pancia, strapiombate, e da secoli minacciano di venir giù e non si muovono mai. Vi sentite i brividi? Lo credo. Sarà meglio questa sera, e meglio assai a notte avanzata, quando non ci sarà più la luna e l'abisso spalancherà sotto la terrazza la sua nera bocca, e dalla immensa gola saliranno rumori strani, indistinti, o urli di vento, quasi grida lamentose di gente che soffre, o rumori solenni di mare in tempesta col vasto stormire degli alberi e cogli echi sonori che si desteranno dalle rocce fra lo orrore della notte. Allora, sì, avrete paura!

Ebbi paura anch'io anni fa. Leggevo il Re Lear dello Shakespeare, precisamente in questa piccola stanza che precede la terrazza. La serata si era coricata cattiva. Cielo coperto di nuvoloni neri neri, e all'orizzonte strisce di nuvole infocate che diventarono livide quando non ci fu più lume di crepuscolo. Il vento che avea soffiato forte tutta la giornata, scoppiò, quasi improvvisamente, violento. I cupi rumori della vallata davano proprio la illusione di ondate di mare in tempesta, rompentisi a quelle rocce con fragore. Il vento urlava, fischiava, scotendo le imposte, raggirandosi attorno alla villa come persona viva che avesse voluto entrar di violenza... Ed ecco, d'un colpo, il cielo che si mette d'accordo con la terra, e lampeggia e tuona, con quei tuoni paurosi che brontolano, brontolano, interminabili, e si ripigliano e si rotolano, e uno non è ancora finito che l'altro scoppia più fragoroso. Leggevo il Re Lear per la prima volta. Ero sbalordito, commosso.

Io te ne prego,

O figlia, non voler ch'io perda il senno!...

No, figlia mia, non vo sturbarti. Addio!...

Oh, non temer, non avverrà più mai

Che c'incontriam, che ci veggiamo in terra...

Pure, tu sei mia carne e sangue mio,

Pure tu sei mia figlia...

Ve ne ricordate? È la straziante scena che chiude il secondo atto. La ragione del vecchio re già comincia a vacillare: la ingratitudine delle sue due figlie è giunta al colmo, e il suo povero cervello non regge più: