VII.
Il dottor Anguilleri aveva tanta stima di Fausto, che neppur scoprendo, sotto l'ingrandimento del microscopio, straordinariamente popolato di baccilli carbonchiosi il sangue dell'ingegnere, neppure allora badò a ravvicinare la circostanza dello smarrimento del tubo delle spore di carbonchio con la malattia che aveva ucciso quel pover'uomo.
Soltanto un anno dopo, apprendendo per caso la notizia del matrimonio di Fausto con la Ghedini — Fausto non glien'aveva fatto mai cenno — un lampo gli rivelò l'orrendo delitto che quel matrimonio compiva. Egli credette che Fausto si fosse sbarazzato dell'ingegnere per sposarne la vedova.
Forse, sapendo la verità, sarebbe stato meno severo.
Andò a trovarlo, quasi per liberarsi della lieve responsabilità che sentiva pesarsi addosso, e non lo salutò, non gli strinse la mano; guardandolo fisso, lo tenne un'istante sotto il fuoco d'uno sguardo che rivelava di conoscere il mistero, e con accento di commiserazione e di disprezzo, gli disse:
— Non lusingarti! Se taccio io, v'è chi non tacerà, chi ti farà espiare!
E non attese risposta.
In quel momento lo stesso dottore non avrebbe saputo dire a chi intendesse egli alludere parlando così: se alla signora Ghedini, se alla coscienza di Fausto, se a quell'occulta potenza che regge le cose di questo mondo e che a lui, materialista, non sembrava scientifico appellare Dio.
Egli ignorava che il gastigo era già cominciato col disastro irreparabile dell'eredità dell'ingegnere. Dopo un anno, i sequestri, i processi, le espropriazioni, avevano scacciato Fausto e sua moglie dal palazzo Ghedini di via Nazionale.
— Se taccio io, v'è chi non tacerà, chi ti farà espiare!