A poco a poco avea preso gusto alla sua parte di confidente; se ne sentiva lusingata. Assisteva impassibile a quelle lotte, a quegli abbandoni, con lo stesso egoistico sentimento di colui che assiste a un naufragio, sentendo solido il terreno della riva sotto i propri piedi.

— Era dunque insensibile? Diversa affatto da quelle altre? Non aveva nervi? Non aveva cuore?

Se lo domandava.

No; solamente la sua benigna stella l'aveva aiutata, sin dalla fanciullezza, col buon esempio della mamma, con l'educazione ricevuta dalle sante monache del Sacro Cuore; soprattutto l'aveva aiutata col darle, sin dal concepimento, un corpo equilibrato, uno spirito sano, semplice e riflessivo, che aveva cominciato ben presto a osservare uomini e casi con molta calma e senza traveder mai. Aveva amato anche lei, di nascosto; ma il giovane prescelto però era diventato subito suo fidanzato; poi, a ventidue anni, suo marito. Moglie felice, circondata di agi e di affetto, non s'era accorta di nessun mutamento, di nessuna diminuzione dei propri sentimenti. Era rimasta innamorata del marito e non lo aveva celato, come tant'altre: aveva anzi messo un che di orgoglio nel mostrarsi tale dovunque; e per ciò nessuno aveva mai osato accennare, parlando con lei, a sentimenti che non fossero di ammirazione e di rispetto. Mai una parola sconveniente era suonata al suo orecchio; mai ella avea sorpreso in qualcuno degli amici e dei conoscenti, incontrati spesso nei ritrovi sociali, nei balli, nelle villeggiature, una di quelle occhiate che sembrano svestire una donna fiammeggiando di desideri villani.

E sapeva, quanto ogni altra, di esser bella e piacente; n'era perfino un po' vana, meno per sè medesima che per suo marito. A trent'anni, ne mostrava appena venticinque; e quando parlavano del suo carattere tutte le amiche di lei ripetevano senza malizia: — È ancora una fanciulla, come pare dal viso. — Elogio che le faceva molto piacere.

***

Incontratasi nelle società con alcune compagne di collegio, aveva riannodato relazioni carissime, quando appunto credeva che non avrebbe più rivedute e Amalia Brandi, già diventata signora Marratti, e Elisa Colonnello, ora signora Palorsi, e Caterina Leotri, poveretta, rimasta vedova a ventott'anni d'un capitano di artiglieria: caratterini un po' strani, immaginazioni sbrigliate, cuori leggieri e teste più leggiere ancora, che si erano buttate nel mare magno della vita, avide di piaceri, di commozioni, di avventure e che parevano invecchiate innanzi tempo, di corpo e di spirito, quantunque alcune di esse fossero più giovani di lei di qualche anno.

Non le invidiava, e non le giudicava severamente; le difendeva anzi, se erano accusate da chi, sottomano o palesemente, faceva peggio di loro. Le riceveva in casa sua, rendeva loro le visite; e in questo modo era diventata la loro confidente. Le trattava, sicura che la loro infezione non le si sarebbe attaccata. Sapeva di possedere un gran preservativo: la sua saggezza; e stimava che quel loro male, in gran parte, bisognava addebitarlo alle circostanze, o a un marito, o a una suocera, o a tutti coloro che avevan contribuito prima a farle cadere, poi a precipitarle più in basso con le malignità, coi pettegolezzi, con le calunnie anche, con tutte le vigliaccherie mascherate di morale, che le facevano stomaco e che la spingevano a contrapporsi — rimanendo amica delle disgraziate, come le chiamava — alla spregevole ingiustizia sociale.

Un giorno, suo marito messo su (ella non aveva mai domandato da chi) le avea mosso timidamente qualche osservazione intorno alla intimità con quelle signore che facevano così ciarlare di sè. E aveva soggiunto subito:

— Bada, cara Clotilde; te lo dico perchè suppongo che tu, nella tua grande semplicità, ignori i pettegolezzi della gente.