— Quale? — domandò il delegato, corrugando le sopracciglia.

— Mi ascolti. Giudicherà dopo.

Con un gesto della mano il delegato gli accennò di attendere un momento; scrisse in fretta alcune righe sopra un foglio di carta e lo porse al Pini, che lesse ed uscì.

— Dica — soggiunse, sdraiandosi su la poltrona per ascoltare più comodamente.

Per qualche istante Mario Procci parve perdere quell'aria di sicurezza e di tranquillità con cui aveva parlato poco prima. Lasciò cascare a terra il cappello, si strizzò le mani, chiuse gli occhi, e il volto gli si coprì di nuovo pallore, che prendeva maggior risalto dalla folta e scomposta capigliatura nera, dai baffi e dalla barbetta acuminata al mento e rada su le gote. Fece stridere i denti, si morse le labbra scolorite, poi battè desolatamente le palme sui ginocchi, e fissando con pupille luccicanti il delegato, disse:

— Mi ascolti. Per quanto mi sforzi d'esser calmo, non potrò fare una narrazione ben ordinata... Ella, spero, mi scuserà.

E continuò, con frequenti brevi pause, quasi gli mancasse il fiato:

— Non dormo da due notti; non mangio da due giorni... Ho errato per la campagna, fra le macchie, come una bestia selvaggia, cacciato via via dal rimorso e dal dolore. Salendo le scale di quest'ufficio, mi reggevo a mala pena. Dunque... fu così. Sono pittore; forse il mio nome non le è ignoto....

— Sì, sì — rispose il delegato. — Ora ricordo; l'ultimo suo quadro ebbe l'onore d'essere comprato da Sua Maestà il Re, all'esposizione della primavera scorsa.

— L'ha veduto?