Ai tre urli che scoppiarono insieme, il povero usciere sospettò di averla fatta grossa. Il pretore aveva, forse, voluto essere più eloquente dell'ordinario, o si era ingannato, a quel che pareva, nella scelta dei mezzi? Fortuna che Torello, invece di afferrare una seggiola e menarla in tondo addosso a lui e alla compagna infedele, si era contentato di fare uno scandalo, sbraitando contro tutti e due con le parole più energiche e più pittoresche del suo linguaggio popolano.
Ma che gli era giovato l'aver scacciato di casa sua la trista compagna?
Dal dispiacere, egli aveva perduto il sonno, l'appetito, la pace, e poi si era gravemente ammalato.
E un bel giorno, appena convalescente, incontrata la Zaira — che si era già data a praticar per conto suo l'amor libero, senza capire se così facesse propaganda di socialismo anche lei — le aveva detto umilmente:
— Senti: non ti picchio più!... Vedi come mi son ridotto? Vedi come ti sei ridotta tu pure?
E Zaira, che in quel momento non cercava di meglio, gli infilò un braccio sotto braccio, a testa bassa, rispondendo:
— Ti giuro... Quel maiale del pretore.... Ti giuro.... niente!
— Zitta! — la interruppe Torello... — non ne parliamo. Ti voglio troppo bene!... E mi dispiace — aggiunse, tastandosi le tasche — mi dispiace che oggi... Altrimenti andavamo al Galletto.
— Ho tre lire io — disse Zaira.
— Ah... mi fai accettare anche questo!... Ma... via! Andiamo dunque! — conchiuse Torello.