«Egli mi ama!

«Me l'ha detto questa mattina, in salotto, dove ci trovammo soli per due brevi minuti. Io tremavo come una bimba nel sentirlo parlare. Egli tremava più di me. Non intesi bene le prime parole; ma le compresi egualmente e gli risposi... così strampalata! Oh, fu di una delicatezza senza pari! Pareva chiedesse scusa di farmi felice.

«Scesi sùbito in giardino. Non potevo contenermi. Un fremito di piacere mi agitava da capo a piedi e mi rendeva leggera come una piuma.

«Lì tutto sorrideva; tutto era pieno di profumi. I fiori mi salutavano scotendo il capino su lo stelo con grazia indicibile; le acque delle vasche mormoravano mille cosette maliziose che mi facevano provare certi brividi!... Gioia fino allora ignorata!

«Correvo pei viali; mi fermavo; odoravo i fiori, li accarezzavo; agitavo con le mani convulse le acque della vasca...

«Pare impossibile che una parola ci possa rendere così! Volevo esser seria e non riuscivo. Mi sembravo che io profanassi il divino sentimento dell'amore, manifestando la mia allegrezza in quel modo così fanciullesco; ne avevo dispetto.... Ma tornavo a far peggio. Correvo di nuovo, saltavo... Poveri fiori! Quelle mie carezze li maltrattavano, ne guastavano le foglioline e le corolle, li sfogliavano anche; ma!... I felici sono crudeli, cara mia!

«Egli m'ama! C'era proprio bisogno che me lo dicesse? No, no!... Ma pure non vivevo tranquilla; dubitavo sempre, mi torturavo da mattina a sera: mentre ora!...

Il signor Lamère e il dottor Marol avevano le lacrime agli occhi. Il cuore da cui erano sgorgate quelle righe piene di tanto affetto non batteva più!

Il Lamère e il dottor Marol si guardarono in viso stupiti vedendo entrare il signor Van-Spengel seguito dal giovane arrestato, tra le guardie. Il Van-Spengel pareva in preda a un fierissimo accesso nervoso. Metteva paura.

— Cancelliere — disse il signor Lamère, stendiamo dunque il verbale.