E che discussioni, che còllere, nei giorni di vendita, con quei ladri dei misuratori che recavano la misura falsa e tenevano la spugna attorno il collo del cafiso, per farla impregnare di olio nel riempirlo col boccale! E che arrabbiature coi compratori più ladri di loro, che cercavano di appioppargli falsi pezzi di cinque lire nuovi fiammanti che lo avrebbero rovinato, se lui non avesse avuto la santa pazienza di osservarli bene, voltandoli e rivoltandoli e facendoli ballare sul marmo a uno a uno per sentirne il suono! Se li era proprio guadagnati sudando, arrabbiandosi, perdendoci la voce... E da lì a due giorni dov'erano tutte quelle pile di pezzi da cinque lire?

In mano dell'Esattore, dell'Agente delle Tasse, del Ricevitore del Registro!

— Tu non hai queste seccature! — egli diceva a Cannizzu, povero diavolo che lo serviva come un cane, magro e allampanato tra tutto quel ben di Dio del suo padrone.

— E voscenza dia ogni cosa a me! Così non avrà più seccature! — gli rispondeva ridendo Cannizzu.

— Ti farei un bel regalo! Mi malediresti notte e giorno! Sta' zitto! Pensiamo alle semente piuttosto!

Laggiù, al Puddaru, venti, trenta aratri preparavano il terreno; e in paese, nel magazzino del grano, il crivellatore ripassava il farro, la timimia, la francese, l'orzo fra un nugolo di polvere che faceva tossire don Pietro, quasi stesse per sputar fuori i polmoni. Ma era quella la sua croce! Aver l'occhio a tutto, guardarsi di tutti, per non farsi spogliar vivo, ora che non c'era più moralità in questo mondo, e dei galantuomini si era già perso lo stampo.

Era forse sicuro che tutto quel grano da sementa andasse tra i solchi aperti? Non poteva avere cento occhi, non poteva essere, come Domineddio, presente in ogni luogo! Faceva quel che poteva; e si logorava la vita; ci perdeva la salute e l'appetito.

— Beato te, Cannizzu! Pane e cipolla eh? Fai bocconi grossi! Io, intanto, se non ho un buon brodo di manzo, un po' di fritto, un po' di pesce, una bistecca e un pezzo di rosbiffe, un po' di cacio svizzero, e dolce e frutta e caffè...! Mi reggo in piedi così!... Ah se avessi il tuo stomaco di struzzo, che digerisce fino il ferro! E tu puoi bere anche quella specie di aceto, e leccartene i baffi. Io, invece... miseria!... senza due dita di marsala, di moscato, di calabrese! I nostri vini mi riescono indisgesti... Mi tornano a gola... Ci vuole pure un po' di Chianti, un po' di Bordò... Miseria! Ma bisogna fare la volontà di Dio!

Cannizzu qualche volta rispondeva:

— La farei anch'io cotesta volontà di Dio!