—Non mi compiangere. Ho avuto la buona ventura di rassegnarmi. Quel mio sogno di ragazza mi si è rifugiato in fondo al cuore, vi si è nascosto e addormentato; ed oggi è la prima volta che lo sveglio e torno a guardarlo. Tuo padre non ha mai sospettato che io soffrissi in silenzio, e che rimpiangessi qualche cosa. Mi ha creduto forse indifferente, fredda, anima creata a posta per stare sottomessa, formata per servire un padrone.

—Oh! Tu sei stata dunque una martire, mamma?—dissi, prendendole le mani e baciandogliele ripetutamente.

—Martire è troppo, figlio mio!

Sorrideva serena. Ma negli occhi e in certe pieghe delle labbra le si scorgevano facilmente segni di profonda tristezza.

—Non sono stata felice—continuò—come tuo padre probabilmente ha creduto. Forse, un po', la colpa è mia. Ho avuto un senso di orgoglio che mi ha chiuso la bocca. Nessuno ha mai saputo quel che avveniva dentro il mio cuore. Non mi sono mostrata espansiva neppure con te. E questa casa invidiata, creduta albergo di felicità, ha spesso visto tre ombre aggirarsi per le sue stanze: una, quella di tuo padre, agitata da fantasmi di speculazioni, di intraprese industriali, di progetti di nuovi guadagni; l'altra, la mia, muta, passiva, con una maschera sul viso che impediva alla gente di penetrare il mio doloroso segreto; terza, la tua, povero figlio, tormentata da una gran visione di creazione artistica e di gloria. E siamo vissuti quasi non fosse stato tra noi niente di comune, intendo niente d'intimo; lasciando che ognuno agisse a modo suo, legati unicamente da quelle relazioni materiali di famiglia che bastavano a tenerci insieme. Può darsi che io esageri; può darsi che io giudichi con parzialità. Giacchè tuo padre, in mezzo alla ressa, alla tormenta degli affari, ha pensato sempre a te, al tuo avvenire. Egli ha goduto la vita di viaggiatore che prende qualche cosa, via via, nei buffet delle diverse stazioni, in piedi, senza aver tempo di scegliere, di far lo schizzinoso. Ha cercato il meglio che poteva avere sottomano, si è servito spensieratamente ed ha ripreso il treno, soddisfatto, contento della corsa che lo avrebbe fatto presto arrivare alla mèta del suo viaggio. E viaggiando, ha pensato che coloro che rimanevano in casa sua, dovevano anch'essi essere soddisfatti e contenti perchè potevano godere il frutto del lavoro di lui senza darsi pensiero di nulla. Sono stata forse una donna per tuo padre? Ha supposto che potesse bastarmi l'essere madre quasi per caso. Egli aveva avuto da me quel che desiderava: un figlio. Non voleva averne altri, per non disperdere tra parecchi una sostanza che gli sembrava appena sufficiente a concedere piena indipendenza a un solo. Non me l'ha mai detto; me l'ha fatto capire dal suo contegno; ed io non ho voluto contristarlo ribellandomi. Pensavo:—Chi sa ch'egli non abbia ragione?—E l'idea che facendo diversamente avrei potuto mettere qualche ostacolo al tuo futuro benessere, mi ha infuso la gran forza di rassegnarmi.

Io non osavo d'interromperla, e l'ascoltavo vinto da un senso di maraviglia e di compassione. Una dolce vena di tenerezza mi scaturiva, inattesamente, nel cuore, e me lo inondava tutto. Mi sembrava che quanto di umano, di affettuoso, di carezzevole era fin allora rimasto quasi condensato in ghiaccio nella profondità del mio organismo, si liquefacesse soavemente, cominciasse a circolarmi per le vene, mi infondesse una vitalità nuova di cui non avevo nessuna idea.

Mi sembrava di essere tornato bambino, di crescere di mano in mano, là, sotto gli occhi di colei che mi guardava amorosamente pronunciando, con voce flebile ma armoniosa, quelle significative parole che non erano suoni soltanto ma onde luminose e benefiche.

Così capivo di essere ancora giovane, di avere aperta davanti ai miei passi una via di vita, di gioia, di attività assai ben diversa da quella che l'aridità dei miei studi mi aveva fatto fin allora intravedere. Così mi balenava allo sguardo interiore dell'anima la possibilità di essere qualche cosa anch'io, quantunque non più quel che avevo fantasticato nell'orgoglioso raccoglimento in cui ero vissuto tant'anni.

—Parla, parla ancora, mamma!—avevo esclamato con voce tremante, e sentendomi riafferrare dalla disperazione appena l'avevo creduta quasi vinta.

—Io ho atteso con fiducia questo momento,—ella rispose.—Ricordi? Ogni volta che mi confidavi i tuoi alteri progetti di avvenire e mi mettevi a parte delle tue angosce, delle tue delusioni, delle tue nuove illusioni, io ti dicevo:—Tu puoi giudicare meglio di me, povera donna quasi ignorante. Sei troppo giovane, hai tempo di riflettere!