E credendo, a una mia lieve mossa d'impazienza, che intendessi di contraddirlo, si era interrotto, domandandomi:
—Non è vero forse?
Risposi con un gesto affermativo, volendo evitare una discussione.
Mi guardò un istante per convincersi della sincerità della mia risposta e riprese:
—Chi sa mai, procreando, se farà un delinquente o un grande uomo? La responsabilità comincia dopo. Per ciò mi piace di avere la coscienza netta; se occorre, voglio anticipatamente domandar perdono a Dio del male che mio figlio farà per colpa mia; voglio rallegrarmi del bene che opererà, se riesce un galantuomo. Galantuomo tu sarai senza dubbio. Non ti ho dato cattivi esempi. Ho lavorato, lavoro ancora, lavorerò finchè avrò forze. Forse ti paio uomo materiale, perchè uomo di affari; t'inganni. Ho fatto quel che sapevo far meglio, coscienziosamente, non risparmiandomi mai. Lavorando per me, ho giovato molto agli altri, ora senza volerlo, ora di proposito; nella vita accade così, anche pel male. Essere galantuomini però non è tutto; si può esser tali anche negativamente; almeno il mondo giudica così; chiama pure galantuomini, onesti coloro che si limitano a non fare danno agli altri. Io la intendo diversamente. Non fare il male è poco; bisogna, anche fare il bene, secondo le proprie forze, le proprie attitudini, servendosi delle circostanze. In che maniera vorrai tu farlo? È tempo che tu prenda una decisione e una risoluzione. Sei già uomo, capisci!
Non avevo mai sentito parlare mio padre con tanta serietà e tanta elevatezza. La sua voce mi penetrava nel più profondo dell'anima, mi turbava, mi sconvolgeva. Il suo sguardo, fissato nei miei occhi, mi pareva un raggio di luce che illuminasse quella profondità e me ne facesse scorgere tutta la miseria e tutto l'orrore.
Non valse l'ultimo addolcimento di voce con cui egli aveva pronunziato le parole: «Sei già uomo, capisci!»; non valse la carezza della sua mano robusta, passata amorevolmente sui miei capelli nel momento in cui mi alzavo dalla seggiola dove ero rimasto seduto mentre egli parlava, in piedi, davanti a me.
Uscii dal suo studio con un inesplicabile sentimento di rancore, che in quel punto non intendevo se contro di lui o contro le cose da lui dette; e andai a rifugiarmi nella mia camera. Non volevo pensare, non volevo riflettere. Avrei voluto dimenticare; ma era impossibile.
Mentr'egli parlava, la mia attenzione, più che dalle sue parole, era stata attratta dalla sua persona. Mi era parso un gigante, una creatura diversa da me, capace di ammaccare il mondo con un formidabile colpo di pugno; capace di sconquassarlo con una scossa delle braccia nerborute, con una spinta del suo petto di bronzo. Nella fronte ampia e negli occhi vivacissimi lampeggiava indomabile la volontà; e la tenacità dei propositi risaltava evidentissima da quelle labbra ombreggiate dai folti baffi, dall'espressione della testa che richiamava alla memoria quella del Mosè di Michelangelo, quantunque in proporzioni ridotte. Come mai da quel colosso ero potuto scaturire io, fragile creatura vissuta quasi a stento?
E mentr'egli mi diceva: «Tu non mi avevi chiesto di metterti al mondo; era giusto che io pensassi a renderti la vita meno triste e meno difficile che non sia stata per me», una risposta cupa, indefinita, una specie di accusa, mi fremeva dentro:—Perchè non hai saputo farmi forte come te? Dovevi cominciare da questo.—E mentr'egli mi diceva: «La vita è azione, ormai dovresti saperlo!», un'altra risposta non meno cupa non meno indefinita e non meno accusatrice, mi fremeva, non dirò nella mente, ma in tutte le fibre:—E perchè tu intanto mi hai fatto appunto così inetto all'azione?