Nell'imo casso immerse l'asta e tutta

Dall'altra parte riuscir la fece.

Risuonò nel cadere.......

È l'idealità eroica della leggenda. Non ti parrà ora di sentire una voce umile ma verace come la testimonianza di chi ha veduto coi propri occhi?

Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dètte, anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne guarire senza verun aiuto: non però dalla parte dell'antico amico, il quale informato dell'accaduto si tolse le pesanti armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a nuoto. E allo scrittore saria bello descriver il furore di lui tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo potè ispegnere. Ell'era rabbia di non esser informato, unita al dolore di ciò che diguastar non si potea.

Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e poicchè pericolava grandemente di morte, giurò al suo Dio laro che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto l'estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.

Baciò Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il riuscimento di quello che voleva conseguire.

Ma ecco Ettore che, arrampicatosi di soppiatto sulla nave, protetto dall'oscurità della notte, penetra nella cabina.

Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non più della ferita, ma di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma sprovvisto. Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando fermò lo sguardo nell'apparso: «Giugni: almeno ch'io mora di arma, non di caduta vilissima.»

Ed era spento il lume che pronunziato così ebbe.