Dormir, come che sia, piace a chi dorme.

Ecco la vita! Ecco il senso dell’arte che vorremmo vedere più frequente fra noi! Che occorre alla forma di questo componimento per poterla dire perfetta? Secondo me, occorre lo scambio di due, tre frasi e parole che, attinte alle fonti della lingua parlata, gli darebbero un completo rilievo e un andare più spigliato. Ma ecco una quistione spinosissima! Ah, se anche per questa parte il pregiudizio e l’astrattezza ci governassero meno! Una lingua è un vero organismo. Bisogna persuadersi che ci sono delle leggi le quali regolano non solo i grandi rapporti della sintassi e delle forme idiomatiche, ma le collocazioni di parole e di sillabe le più apparentemente insignificanti. Il Manzoni, filosofo e grandissimo artista, lo aveva capito bene. Ci volevano i pedanti senza un’oncia di cervello, i pedanti cucitori di morte frasi, per sostenere che c’è una lingua italiana la quale si scrive e non si parla. (Già, pur troppo, ce ne avvediamo dalle loro scritture.)

In Italia poi abbiamo il guaio grosso delle due lingue, quella della prosa e quella della poesia: questa un gergo dove ogni poeta s’ingegna di apportare quanto più può del suo, per aumentarne la ricchezza. È il caso di esclamare: O santa povertà, beato chi ti possiede! Che ci accade con tanta ricchezza? Il nostro stile poetico risulta così gonfio, così artificiato, così stentato da far strabiliare dalla sorpresa e dar ragione a quel tale che diceva: scrive in versi solamente chi ha delle inezie nel cervello che detto in prosa muoverebbero a riso.

Io stesso (forza dello abitudini!) mi son già lasciato trascinare a lodar troppo il rigoglio di colorito del Prati. Ebbene, schiettamente, amerei meglio un colorito più parco, ma più preciso... La precisione! Ecco quel che ordinariamente ci manca in Italia, sia nel modo di concepire il soggetto sia nel modo di renderlo. La questione della lingua entra per tre quarti in questo difetto. Al Prati, che senza dubbio è un vero artista (una misera fatuità può farci trattare d’alto in basso, con un sorriso di sprezzante ironia, il solo poeta ch’oggi abbia l’Italia) al Prati oserò domandare con tutta la sommissione d’un discepolo: crede Ella che, se invece di scrivere nel sonetto ora citato: Ser Lio per Sor Lio, e codino per sedere; se invece di dire:

Va i casetti a raccor della sua villa,

avesse detto più umilmente

Va le brache a raccor della sua villa,

e così per qualche altra parola, cred’Ella che il tono del sonetto rimarrebbe lo stesso, e che l’espressione non ci guadagnerebbe proprio nulla?

25 Dicembre 1875.

VII. L. VIGO[20] e M. RAPISARDI.[21]