La sintenza avirannu ppi frivaru.

In febbraio infatti il minacciato castigo, il terremoto, vien giù dal cielo e, sconvolta tutta l’Europa (le strofe che ne descrivono il cammino sono bellissime), eccolo pronto a varcare lo stretto per subissar la Sicilia. La Madonna protettrice di Messina presentasi a Cristo colla famosa sua lettera, ma non può ottenere il perdono del figlio alla diletta città. Messina fra le macerie e le rovine si lamenta col cielo al pari di Giobbe: Perchè son io immersa nel lutto mentre le altre città mie consorelle vivono in festa ed allegria? Perchè io sconquassata e Catania no? Cristo le risponde ch’essa è stolta paragonandosi ad una città già castigata collo stesso flagello 90 anni addietro ed ora un perfetto modello di pietà religiosa. Però Sant’Agata non si sente rassicurata da queste parole e prega il Signore che le risparmi la sua patria.

Gesù Cristu cci dissi: o Matri amata!

Aita (Agata) di stu pettu calamita,

Ti sia la tò citati pirdunata;

Si’ vera catanisa ppi la vita!

Il canto possiede tutte le proporzioni e tutti gli elementi d’un piccolo poema. Leggendolo per intero nella raccolta dei Canti popolari siciliani si vedrebbero meglio le relazioni di forma che ho voluto accennare.

Lo stile del Vigo ha la pletora. È muscoloso, esagerato, come le figure michelangiolesche, ma non isfugge nel tempo stesso allo sforzato ed al contorto della scuola. Vario e disuguale, qua dolce, là tormentato, ha però un sigillo proprio che in parte deve attribuirsi alla straordinaria abbondanza di latinismi e di modi poco comuni. Quando vuole, sa esser semplice, blando, quasi carezzevole; ma lo vuole di rado. Come nel poema, così nelle liriche che l’accompagnano. Delle quali dirò di passaggio che la canzone al Mare di Sicilia, l’altra ad Agrigento ed il carme su Procida sono notevolissimi e degni d’esser letti.

La nota sentenza che lo stile è l’uomo non mi parve mai tanto vera quanto nel caso del Vigo. Chi lo conosce personalmente lo ritrova tutto intero nel suo poema, colla sua statura, colla sua fisonomia, colla sua voce, col suo gesto. Vi è in lui qualcosa di grandioso, di rozzo e di forte che ha una seduzione straordinaria per chi l’avvicina la prima volta. Il suo aspetto è largo, bruno, scabroso; l’occhio vivo ed aperto; le narici alquanto dilatate; le labbra grosse, che nel parlare si muovono con un fare quasi convulso, come se non volessero lasciar passare la parola senza averla improntata del proprio marchio. La sua declamazione è sonora, fortemente accentata con passaggi stridenti, con orientali monotonie, ed il gesto le corrisponde brusco, a scatti, di quando in quando. Alcune volte la sua voce s’intenerisce, a modo suo. Allora prende un accento acuto che fende l’aria e penetra nell’intimo del cuore pari al singhiozzo di chi vorrebbe piangere e non gli riesce. Dal suo petto larghissimo possono uscire senza fatica i periodi più lunghi; per ciò nelle sue liriche il periodo spessissimo corrisponde al polmone. Il Vigo è nato in Acireale il 24 settembre del 1797.

V.