Nel 1867 provò un altro eccesso di febbre pittorica. Voleva fare un quadro allegorico, la Malinconia, e mandarlo al Salone. Le sue figlie posarono per la figura... ma il quadro rimase lì, incompleto. Questo entusiasmo e questo rimpianto per la pittura non gli vennero mai meno. Pochi mesi prima di morire, pur di maneggiare pennelli e colori, s’era messo a dipingere in rosso gli usci dell’appartamento d’uno dei suoi generi, il Bergerat. Com’era felice! Com’invidiava le soddisfazioni del decoratore! Prese la cosa tanto a cuore che la distrazione gli produsse un’eccitazione pregiudicevole per la sua salute e bisognò proibirgliela. — Via! Eccomi ricondannato a mettere del nero sul bianco! esclamò, sorridendo mestamente.

III.

I più begli anni del Gautier furono quelli trascorsi dal 1830 al 1836. Viveva da lion, da fashionable e vestiva a una foggia di sua invenzione. Era alto, bello, maestoso, con una fisonomia dolce e con degli occhi neri, d’un carattere merovingiano, come si compiacciono a constatare il Feydeau e il De Goucourt. I capelli color castagno chiuso gli scendevano proprio fino alla cintura, coprendogli tutto il busto. Portava un largo abito di velluto nero, dei calzoni a calza e delle pantofole di cuoio giallo: nessun cappello. Un ombrellone spiegato trionfalmente nei giorni di pioggia serviva a metterlo più in mostra quando se n’andava lentamente per la via, col sigaro in bocca, fermandosi innanzi alle vetrine, pieno di nobile sprezzo pei scandolezzati borghesi che lo guardavano con tanto d’occhi.

Non bisogna dimenticare che a quell’epoca il romanticismo aveva sviluppato in Francia la mania dei travestimenti. La Doudevant vestiva da uomo e prendeva il nome di Giorgio Sand; Romieu e il conte di Saint-Cricq inventavano un travestimento al giorno, pur di far parlare di loro; i sansimoniani andavano attorno vestiti da paggi del Risorgimento. Le vie dei Martiri, di S. Lazzaro e di Clichy erano chiamate il quartiere della Novella Atene, e formicolavano di poeti, di pittori, di maestri di musica e di belle ragazze, gente ardita e spregiudicatissima, che poi divennero quasi tutti celebrità nazionali e portinaie.

I primi versi del Gautier furono poco gustati. Albertus fece rumore. Il buon successo dei Jeunes-France determinò l’editore Reudel a dargli la commissione d’un romanzo. Allora Teofilo Gautier concepì e scrisse Mademoiselle Maupin; ma quasi di mala voglia. Nella sua qualità di romantico ultra, odiava la prosa. Suo padre era costretto a chiuderlo a chiave nella stanza di studio. — Non uscirai di lì, gli urlava dal buco della serratura, se non avrai scritte dieci pagine. — E il Gautier qualche volta si rassegnava; ma spesso scappava dalla finestra, quando la sua mamma non veniva ad aprirgli di nascosto del marito per timore che il figlio non si affaticasse di troppo. Mademoiselle Maupin fu pubblicata nel 1836. Destò un fracasso infernale. Un critico parlò seriamente di mandar l’autore alla corte d’assise. Feydeau racconta d’aver veduto un pasticciere della via Breda mostrar i pugni rabbiosi al Gautier che gli voltava le spalle. Si vede che in tutti i tempi e in tutti i luoghi certa gente è sempre impastata della medesima creta. La prefazione della Mademoiselle Maupin può dare un’idea di quel che fosse la conversazione del Gautier; sono pagine che vivranno ancora quando il romanzo sarà morto. Il Gautier non smentì mai la sua teorica proclamata con tanto splendore di forma e tanta novità di concetti. E quando il governo imperiale intentò un processo al Flaubert per la Madame Bovary, s’arrabbiava in vedere che il mondo del 1855 non era diverso di quello del 1836. Non è diverso nemmeno oggi!

Alla Mademoiselle Maupin tennero dietro novelle e romanzi e la Comédie de la Mort, un capolavoro poetico che chiude il bel periodo della giovinezza del Gautier. Poi cominciò l’ingrato còmpito giornalistico, i lavori comandati, una catena da forzato che gli stette attaccata al piede per 36 anni. Nessuno l’ha portata con maggiore apparenza di gaiezza, di noncuranza, e senza che ne trasparisse mai nulla da quella forma elegante, accentuata, piena di colorito e di splendore ch’è una vera meraviglia.

Il Balzac gli invidiava la facilità. Il Gautier era sempre pronto a scrivere il suo articolo in qualunque posto, a qualunque ora. La sua prosa, una delle più ricche della lingua francese, colava dalla penna colla fluidità dell’inchiostro, senza nemmeno una cancellatura. — Due soli in Francia sappiamo il francese, soleva dire il Balzac, Gautier ed io. — L’adorazione della forma era tale nel Gautier che arrivava all’assurdo; per esempio, fino a fargli trascurare la punteggiatura e gli accenti. Secondo lui, alcune parole avevano più carattere senza ortografia, e gli doleva doverle correggere. — I più bei libri stampati, affermava, sono quelli dove c’è più di carta bianca. —

La sua memoria era straordinaria e gli aiutava molto la facilità di comporre. Letto un libro, visto un quadro o un paesaggio, non lo dimenticava più. Il suo Viaggio in Russia fu scritto quattr’anni dopo d’averlo fatto, e senza il soccorso d’appunti. Si sa che tutte le suo descrizioni di luoghi sono un miracolo d’esattezza. Quel prodigio di pastiche che è il Capitain Francasse, scritto nella lingua del secolo XVI, fu composto sur un banco della libreria Charpentier di mano in mano che occorreva ai fascicoli della Revue Nationale. Il Gautier aveva ideato questo lavoro nei bei giorni del romanticismo e l’aveva portato nella sua immaginazione quasi trent’anni, a traverso tanti lavori, tanti viaggi, tante preoccupazioni della vita: un fiore della sua giovinezza a cui era stato impedito di sbucciare. Quando il suo editore glielo richiese, egli si mise a scriverlo come se non avesse pensato ad altro durante tutta la vita. Non ebbe bisogno di rileggere un libro, di consultare un dizionario, e scrisse, al suo solito, senza fare una cancellatura e senza gli sfuggisse una sola parola che non fosso del secolo XVI. Intanto attorno a lui quattro o cinque commessi lavoravano all’imballaggio delle spedizioni librarie.

IV.

Critico di arte e critico drammatico al Moniteur, il Gautier vi si mostrò sempre d’una benevolenza straordinaria. Un po’ questa benevolenza era nel suo carattere così facile all’ammirazione; ma il più egli se l’era imposta per la sua qualità di critico ufficiale. Temeva che la severità dimostrata in quel posto potesse nuocere alla carriera d’un artista e togliergli il pane. E poi la critica egli la capiva incoraggiante, cortese, e non tutta accanita a trovare i difetti d’un lavoro. — A questo modo, diceva, si disseccano le vive fonti d’ogni produzione artistica e intellettuale. — Infatti egli ammirava con una straordinaria espansione. Un giorno fu visto entrare nelle stanze della redazione dell’Artiste col viso raggiante di gioia. — Ho scoperto un capolavoro! rispose ai suoi amici che gli domandavano quale felicità gli fosse caduta dal cielo. E cavò di tasca il volumetto Un été dans le Sahara di Fromentin. Nell’articolo che subito ne scrisse, il Fromentin era chiamato semplicemente: uno dei re del pensiero. — È dolce il lodare! — lo ripeteva spesso. Ma la sua benevolenza non lo fece mai transigere colle cose triviali. Delarôche, Delavigne e Scribe furono da lui attaccati senza misericordia e senza tregua. Gautier non pativa i mediocri.