I canti popolari sono una miniera inesauribile. Quando l’artista ha finito di ricercarvi il bello, comincia a lavorarvi lo storico per cavarne documenti più veridici e più sinceri che non siano quelli scritti; e appena lo storico alla sua volta avrà terminato, ecco tosto il filologo che prende a studiarli per conto suo. La scienza del linguaggio, diventata potentissima ausiliare della storia e della psicologia, trova in essi un vastissimo campo d’osservazioni e di confronti. E per l’artista, per lo storico, pel filologo i fatti son tanti e così nuovi e così imprevisti, che ci vorrà ancora molta pazienza, molta attenzione, moltissima cautela prima si possa affermare che l’ultima parola sia detta.
Il Pitrè reca a questo grandioso edifizio di critica il suo largo contributo. Nel presente volume parecchie questioni sono, mi pare, trattate in modo da non più doverci tornar sopra; quella, per citarne una, dei canti storici popolari.
Il d’Ancona aveva negato la contemporaneità del canto popolare storico col fatto da esso narrato, dappoichè, egli diceva, nel popolo può esser rimasto anche nei tempi posteriori fresca e vivace la memoria degli avvenimenti e degli uomini ricordati dal verso. Ma il Pitrè con una serie di esempî, che lo stesso d’Ancona non ha potuto far di meno di confessare assai bene scelti ed assai validi,[36] ha invece dimostrato la contemporaneità esser uno dei caratteri fondamentali della poesia storica popolare.
Bisogna tener a mente che i poeti popolari non son degli arcadi da far della poesia a freddo, tanto per farla. La loro spontanea facoltà di racchiudere entro una forma durevole il sentimento comune si desta unicamente sotto la calda impressione del fatto. E l’impressione da essi voluta fermare nella memoria non è soltanto quella del fatto, ma più direttamente quella del suo nascosto significato. Giacchè pel popolo gli avvenimenti quanto più strepitosi tanto più hanno una ragione profonda e soprannaturale, una ragione fuori di loro. Il poeta che non è poeta per nulla, in virtù della sua qualità guarda le cose un po’ dall’alto, trascende alla sua maniera il fatto e vi cerca la morale, l’unica ragione ch’esso intenda; una filosofia della storia proprio allo stato cellulare.
Supporre che un’imaginazione così limitata, così fanciulla possa essere impressionata da tutt’altro che dall’immediato, significa non tener conto della psicologia positiva, e intendere superficialmente l’intima natura del canto popolare stesso.
La situazione poetica nel canto popolare non è cercata, è, sto per dire, trovata a caso fra’ piedi. Il poeta letterato riesce spesso a far spumare la sua imaginazione, a mettere il suo sentimento in un’esaltazione premeditata, regolata, e può scrivere in questa fittizia condizione dell’animo colla stessa sincerità della commozione reale. Lo studio, l’abitudine, le raffinatezze della civiltà lo servono bene. La sua facoltà svolta, educata, resa docile come una macchina (il sentimento essendo la cosa più rimaneggiabile del mondo se l’organismo seconda) può fargli sentire delle impressioni nelle quali lo spirito, duplicato, simula l’oggetto esterno rimanendo sempre il soggetto. Ma questa emancipazione dalla natura il poeta popolare non la sogna nemmeno. In lui la facoltà è ancora in uno stato troppo materiale e primitivo, e non riesce a mettersi in moto senza che qualcosa di egualmente materiale non le dia l’aire. La sua imaginazione è vivacissima. L’impressione più immediata l’assorbe intera. Cessata l’impressione, cessa tosto l’attività di quella e il poeta sparisce.
Credere che la sola memoria degli avvenimenti sia capace di far nascere quello che si chiama un canto popolare storico, è un voler supporre nel poeta popolare un’attività di creazione più elevata, più indipendente che, se fosse vera, annienterebbe ipso facto la principale caratteristica del suo canto, la popolare. E questo vale quando il canto storico si occupa di proposito d’un avvenimento straordinario, una guerra, una fame, una peste, un tremuoto, un misfatto. Quanto ai ricordi staccati, agli accenni per incidente, la cosa diventa più chiara. Il poeta di oggi parlerà piuttosto di Vittorio Emanuele o di Garibaldi, che del re Guglielmo il Buono o del conte Ruggiero; invece della Turchia, dell’Egitto, della Spagna, ricorderà più volentieri le provincie italiane che da soldato ha vedute. Tutta la sua coltura intellettuale riducendosi alla frettolosa esperienza della vita, un’esperienza limitatissima, i materiali del suo poetico lavoro, della sua creazione (se creazione mai c’è) saranno tratti unicamente da essa.
Che poi la forma di tali canti non possa mantenersi intatta a traverso i secoli, è un’altra questione. Però non mantenersi intatta significa forse mutarsi da cima a fondo? Riguardo alla sostanza storica del fatto, io credo possa affermarsene con sicurezza la contemporaneità col canto. La prova da tenersi più in calcolo è la seguente: l’accenno storico spesso non è capito da chi ripete il canto, o è grottescamente svisato. Può farsi, ne convengo, una parte più larga all’inconsapevole lavorìo della tradizione orale, ma non sino a concedere col d’Ancona che i canti popolari storici nella lezione odierna siano le ultime trasformazioni di altri più antichi, dei quali conservarono la sostanza e rimutarono il dettato.[37]
Se non si trattasse di versi, le forme idiomatiche potrebbero benissimo rinnovellarsi coll’andare dei secoli nel passaggio di bocca in bocca. Ma quando la forma idiomatica è solidamente incastrata, al pari d’una pietra preziosa, nel gioiello dell’ottava, la cosa è più difficile, quasi impossibile. Credo anzi che ricercando nei documenti scritti le forme idiomatiche più particolari d’un secolo, si potrebbe riscontrarle poi nei canti popolari, e farne una regola quasi sicura per assegnar loro la data.
Nel caso particolare del dialetto siciliano, che queste sostituzioni idiomatiche debbano esser molto rare, lo prova il Pitrè coi monumenti di dialetto scritto a cominciare dal 1153 e scendendo giù giù fino al secolo scorso. Il d’Ancona non ne rimane soddisfatto, e chiama un tal procedere poco rigorosamente scientifico. Ma, col rispetto dovuto ad un uomo così competente in simili materie, qual altro rigore scientifico, domando io, potrebbe portarsi nella questione? L’atto pubblicato dal Morso nel Palermo antico a pagina 408, la carta feudale esistente nella Biblioteca comunale di Palermo, le cronache di frate Atanasio di Aci nel 1287, il Ribellamento di Sicilia contro re Carlo, cronaca della fine del secolo XIII, il Contratto matrimoniale del La Grua nell’archivio di Carini del 1543, ecc., sono, sì o no, documenti valevoli da potervi poggiar su una dimostrazione? E perchè no? Ora in essi la maggior differenza riducesi alla grafia; e il d’Ancona sa meglio di tutti che la grafia deve contar assai poco finchè l’uso non ne abbia fissato definitivamente le norme.