Ti frangerò il mio pane; e quando, lassa,
Sotto l’arsura mi dirai: Fratello,
Ho tanta sete! — io cercherò le lande
In traccia d’acque vive, e se la terra
Non le consente, ti corrò pei solchi
L’onda del ciel nel calice dei fiori
Che Dio prepara all’augellin che migra.[63]
Sono i versi più affettuosi che l’Aleardi abbia rivolti ad una donna, e sono terribilmente aridi, malgrado lo sforzo di farli apparire appassionatissimi.
Tutte queste confessioni spigolate qua e là nelle duecentotrentaquattro lettere dell’Epistolario, sono documenti preziosi per studiare il poeta. L’Aleardi è un artista di secondo, forse anche di terz’ordine, e, tolto dall’ambiente che lo formò, non può venir mai giudicato con imparzialità; giacchè se la sua opera è spenta, un’orma di essa resterà nella forma poetica italiana. Non è molto, certamente; ma non è nemmeno poco. Gl’ingegni che lasciano dietro a sè un piccolo germe di forma e di sentimento poetico sono altrettanto scarsi quanto quelli che hanno l’invidiabile fortuna d’incarnare nei loro canti un sentimento poetico nuovo.
Quando Vittorio Imbriani pubblicò, nel 1864, il suo Studio sull’Aleardi, alcuni amici di questo gli scrissero da Napoli di non leggerlo «dicendo che quel povero figliuolo odia tutti quelli che il paese ama e stima, che tiene arsenico invece d’inchiostro, che vive dell’ingegno, come le vipere del loro dentino forato.[64]» E l’Aleardi (se dobbiamo credergli) non lo lesse nè allora, nè poi. Non ne avrebbe avuto un gran gusto. Per quanto l’Imbriani s’ingegnasse di dividere l’uomo dal poeta, non era riuscito a mantenere nel suo scritto quell’assurda distinzione e l’acerbità della forma contribuiva a far apparire più grave un difetto che, senza dubbio, era contrario alle sue intenzioni.