E infatti fa così. Ma in quell’arruffio, in quell’imperversare di parole indiavolate e di imagini enormi, c’è una meticolosità straordinaria, uno scrupolo sconfinato. Tutti quei suoi aggettivi sono accuratamente calcolati; calcolate le sue parole di nuova foggia. Le imagini, la giacitura dei periodi, le ellissi, tutto v’è posato ed ordinato in vista d’uno scopo artistico, per un’intenzione di rapporti di linee, di gamma di colori, di accordi armonici e stavo per aggiungere sinfonici. C’è insomma la stessa esattezza, la stessa meticolosità, la stessa forza di riflessione e di volontà dalle quali è regolata la sua vita.

Il Dossi è l’uomo più straordinariamente ordinato del mondo. Sopra il suo scrittoio, che non sembra quello d’un artista, nè una penna, nè un taglia carte, nè un fogliolino fuor di posto: neppur la più piccola macchiolina d’inchiostro. Egli scrive con uguale accuratezza una pagina d’un racconto e una lettera al sarto o al calzolaio. Anzi non scrive nemmeno un semplice biglietto senza farne prima una bozza e senza averla corretta, dopo letta e riletta. Le sue lettere familiari riboccano delle stesse preziosità ch’egli versa a piene mani nei periodi delle sue opere. Se preziosità non pare esatto, dirò bizzarrie.

Aggiungete che è timido ed impacciato nella conversazione, massime con gente che vede la prima volta: aggiungete che per tant’anni, la sua opera d’arte fu una continua conversazione con sè stesso, una vera cristallizzazione di sentimenti e di pensieri che gli erano cari, destinata soprattutto alla propria soddisfazione e poi alla confidenza di pochi amici (le sue costose edizioni a cento esemplari non significavano altro) e capirete subito che doveva importargli ben poco se un’immagine o una parola non potevano valere per gli altri quello che valevano per lui. È la colpa d’origine della sua opera d’arte, ora diventata natura. Probabilmente il Dossi più non cercherà di moderarsi o di correggersi: temerà di perder qualcosa della sua fiera individualità e ostinerassi a rimanere qual’è. Ha torto? Chi lo sa?... Potrebbe anche darsi che no.

La prima impressione dei suoi lavori è questa: non si capisce nettamente se l’autore scriva a quel modo per canzonare il lettore. L’Altrieri mi parve scritto in arabo: La Colonia felice una traduzione appena abbozzata da una lingua barbarica. Sembrava che il traduttore non trovando lì per lì, sulla punta della sua penna, la parola più adatta a rendere il testo, avesse messo come un appunto o la parola del testo italianizzata, o la parola italiana violentemente contorta a un significato tutto diverso dal proprio. Si passa di sbalordimento in isbalordimento. La frase ora si snoda come un serpente, ora guizza, ora scoppietta, ora si distende lunga, interminabile, cheta. L’immagine abbaglia coi suoi mille colori, colla sua varietà formicolante, immensamente grande, straordinariamente minuscola, sproporzionata quasi sempre. Fa pensare ad un occhio che continuamente patisca una diversità di altonismo per la quale non vegga più i colori nel loro stato naturale, e che da una singolar conformazione della pupilla sia forzato a veder le cose ora come se le guardasse con un cannocchiale rovesciato, ora come se le guardasse colle lenti d’un mirabile microscopio. Par di sentire un accento vigoroso, pieno di sdegni, irrompente, brusco, rauco e, da un momento all’altro, soave, commosso, quasi femminile, dolcissimo.

Si riman male; ma si è colpiti. L’impressione è così complicata che vien la voglia di distrigarla. Allora, se la tentazione di rileggere ci vince, l’impressione comincia a modificarsi. Si prova lo stesso effetto che innanzi un quadro del Cremona. Iniziati nel segreto di quella maniera, l’arte ci apparisce subito, come una bella visione. Però bisogna essere curiosi, critici d’istinto, artisti di nascita e d’educazione, pei quali il processo, la fattura è molto, è tutto; gente infine che guarda in un’opera d’arte ciò che il grosso pubblico non ha l’obbligo di guardare, e che, a seconda dei gusti, perdona, in grazia di certe difficoltà superate, le difficoltà ch’era giusto e desiderabile fossero superate ugualmente. Non è raro che un’opera d’arte faccia andare in visibilio gli artisti e lasci freddo il pubblico e gl’ispiri perfino repugnanza.

Il pubblico non ha torto, tutt’altro! Ma anche gli artisti hanno ragione.

I libri del Dossi sono di questo genere. Non posseggono nessuna delle qualità per riuscire gradite al maggior numero dei lettori: ne hanno molte da urtare, da irritare il gusto corretto, severo, meticoloso di coloro che amano nell’opera d’arte l’equilibrio, l’armonia, la perfetta corrispondenza del concetto e della forma in guisa che non si possa far distinzione tra forma e concetto. Rimarranno una curiosità artistica, ma una curiosità di gran valore.

Ed io, dal canto mio, non nascondo la mia simpatia pel Dossi, quantunque non sia disposto ad imitarlo, quantunque non consigli ad altri di seguirne l’esempio.

Bado ad una sola cosa: all’efficacia delle impressioni che mi produce. Insomma lo prendo com’è e confesso che mi turba, che mi commove; confesso che, appena vinta la prima ripugnanza, lo accompagno ora con diletto, ora con ammirazione, indifferente mai; e che lo rileggo, malgrado la sua stranezza. È giusto osservare che sul conto della stranezza i suoi detrattori hanno molto esagerato; così, pel merito artistico, i suoi ammiratori col levarlo troppo alle stelle.

Il Dossi, per ora, è un artista incompleto. Le sue figure ordinariamente non si vedono fuori del suo cervello, ma dentro d’esso, in una mezza personalità che li rende grotteschi, come avvolti nel fumo della sua fantasia in ebollizione. Ma quanta potenza in quel grottesco! Le sue imagini se fanno sorridere, fanno anche pensare: sono stravaganti, ma non vuote; ed è molto. Di tante più regolari, più compassate, più linde, più armoniose, non si può affermar sempre che abbiano dentro qualche cosa.