È impossibile riassumere dalla stupenda narrazione dal Tabarrini l’azione nascosta ma energica del Capponi in tutti gli avvenimenti politici della penisola dal 1820 al 1848. Il Capponi non è un congiuratore, non ha fede nei mezzi violenti; ma i suoi consigli, la sua influenza personale si fanno sentire da per tutto, specialmente in Lombardia e nel Piemonte, ove è legato di forti amicizie coi capi che promuovono l’agitazione nazionale. In quei Ricordi che colla rapida semplicità dello stile lo rivelano intiero, egli racconta che nel gennaio del 1831 il Libri tornato di Francia gli confidò un suo progetto per far violenza al Granduca e strappargli una costituzione. Al Capponi quel progetto parve del pari odioso che imprudente. Voi siete di quelli del secondo giorno, gli disse il Libri. E il Capponi rispose dignitosamente che avrebbe fatto la sua parte il secondo giorno, come la sua coscienza e come la sua prudenza lo avrebbero consigliato. E al Guerrazzi, che coi Livornesi voleva precipitar le cose, disse: «che non aveva prurito alcuno di sconvolgere il paese suo chiamando sovra esso danni e miserie infruttuose pel solo amore delle rivoluzioni, le quali sono un magro gusto quando il popolo medesimo che tu hai voluto liberale, poi ti ringrazia con le sassate.»[2] Parole queste ultime ch’esprimon bene quel senso pratico un po’ freddo e scettico, proprio dei toscani, ai quali un governo relativamente mite, da vinai, come diceva il Fossombroni, toglieva lo slancio impetuoso del cuore, principale elemento dei grandi fatti e creatore degli eroi.
Non intendo dire con questo che al Capponi mancasse il cuore. Se non pagò di persona, come tant’altri che s’arrischiarono per l’Italia in ardite e spesso inconsiderate imprese, pagò d’affetto e di sostanze. La sua casa fu aperta a tutti. Il Colletta e il Giusti vi trovarono ospitalità fraterna; gli esuli, i profughi, i varii tentativi di istituzioni dirette all’educazione civile e morale del popolo furono soccorsi largamente dalla sua borsa, senza punto badare a differenze di opinioni o di indirizzi. Nelle memorie di G. B. Vieusseux pubblicate dal Tommaseo si legge, diretto da quello al Capponi, il seguente biglietto: «Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il suo nome è Garibaldi.»
E nemmeno deve intendersi ch’egli rimanesse in quell’inerzia contemplativa e quasi buddistica che la sua cecità potrebbe anche giustificare per la seconda metà della sua vita. La fondazione dell’Antologia dell’Archivio storico, specialmente quella della prima, segna una data memorabile nello svolgimento dello spirito italiano. Nè fu poca ventura per l’Italia l’incontro di due caratteri diversamente energici come quelli del Capponi e del Vieusseux che condussero a buon porto la difficile impresa di quel giornale. Prima della cecità egli pensava a grandi lavori storici d’argomento elevatissimo come, per esempio, la Storia civile dei Papi della quale scrisse soltanto quattro capitoli d’introduzione, quantunque ne avesse con molto studio messi insieme i materiali, ricorrendo direttamente alle fonti. Tutti i problemi d’economia politica e d’educazione lo attirarono, lo tentarono e non solo teoricamente, ma anche nella pratica: e pel carattere del Capponi questo significava azione più immediatamente utile e meno arrischiata di qualunque altra.
Ma è innegabile, e il Tabarrini lo confessa senza attenuarlo, «che la potenza nell’intelletto non andava pari nel Capponi all’energia della volontà. Le risoluzioni erano in lui per lo più tarde e combattute e pareva che il molto sapere fosse d’impaccio più che di aiuto all’azione. Avezzo a indagare sottilmente il pro e il contro d’ogni cosa, rimaneva perplesso nella scelta... E in queste irresoluzioni lo aveva conformato la vita impostagli dai tempi ed aggravata dalla cecità, vita tutto di pensiero solitario, senza quello esercizio di azione che viene dalla pratica dei negozi.» Inoltre il Capponi fu troppo diffidente delle proprie forze. Arditissimo e liberissimo nel pensare quando fu giovane, ebbe poi quasi paura della sua arditezza, o meglio ebbe paura di manifestarla, giacchè anche dalla voluta e cercata oscurità della sua forma letteraria si scorga che l’energia della mente non si lasciò mai completamente sopraffare da riflessioni secondarie e da riguardi mondani.
Se si va in fondo alle sue idee, s’arriva alla conchiusione che il difensore del matrimonio religioso non fu un cattolico. Le parole partito cattolico e interessi cattolici, in questi ultimi tempi, gli facevan perdere la calma abituale. Probabilmente egli si contentò d’un vago deismo, d’una fede quasi poetica nella immortalità dell’anima umana, che diedero elevatezza alle sue azioni e pace al suo cuore. Questo stato intellettuale un po’ vaporoso si rivela benissimo in uno di quei suoi Pensieri pubblicati nel volume degli scritti inediti, ove dice: «Ricondurre la filosofia nel seno della religione, è ricondurre via via il sapere dentro alla cerchia del buon senso.» Sentenza che non dimostra una chiara idea della filosofia nè della religione, ma un sentimento oscuro di entrambe.
Nelle consuetudini della vita, dice il Tabarrini, egli sapeva unire il decoro patrizio alla semplicità popolana. Le stanze da lui abitate, nel suo vasto palazzo di via san Sebastiano, erano arredate coi mobili antichi lasciativi da suo padre. La sua voce robusta s’affaceva bene nelle conversazioni al suo modo di discorrere da controversista implacabile e qualche volta da tribuno. Pure nessuno era più tollerante di lui che aveva delle opinioni ferme perchè, direi, ben digerite e passate nel sangue e nelle fibre. Così si spiegano le sue lunghe amicizie con uomini di carattere opposto al suo, ben noti per rozza violenza come quelli del Libri e, specialmente, del Tommaseo.
A proposito dei quali dirò che dilettevolissimi riescono i capitoli del lavoro del Tabarrini ove si parla delle loro relazioni col Capponi; ma sarebbero riusciti più attraenti se l’autore, oltre alle citazioni delle lettere di essi, avesse voluto esser più largo dei particolari e degli aneddoti che egli, vissuto così lungamente in mezzo a loro, deve certamente sapere. Per esempio il punto ove si tocca delle relazioni del Capponi col Niccolini mi sembra trattato con troppo ritegno. Della rottura tra il Niccolini e il Capponi, dopo una amicizia intimissima di quasi mezzo secolo, si vorrebbe sapere di più che queste magre parole: «Finì (il Niccolini) col romperla a dirittura con tutti gli uomini che non partecipavano ai suoi furori ghibellini, e più fieramente si sdegnò col Capponi che non volle più rivedere chiudendosi in una solitudine rabbiosa e soffrendo di parecchi parossismi nervosi che qualche volta somigliavano a demenza.»
Il Niccolini e il Capponi si trovavano insieme quasi tutte le sere in casa delle vecchie megere Certellini, in via della Vigna Nuova, una delle quali, vedova, era stata e forse era tuttavia l’amante del Niccolini. In quel ritrovo alla buona, che il petegolezzo delle due vecchie turbava spesso, sembra, per gelosie e con bisticci da ciane, la conversazione tra i due amici si elevava ad alti soggetti di letteratura. D’ordinario era tra loro una gara di citazioni di testi greci e latini, una furia di chiose e di comenti dove il Capponi non di rado vinceva, aiutato dalla sua ferrea ritentiva: gara vivacissima, d’un completo abbandono, d’un’intimità sconfinata che permettevano al Niccolini, quando il vittorioso era lui, delle uscite brutali come questa: il mio stivale ne sa più del tuo cervello, senza che la serenità del Capponi e la loro cordiale amicizia ne fosser turbate.
Dalla narrazione del Tabarrini pare che l’Arnaldo da Brescia fosse stato pubblicato prima della rottura col Capponi. È dunque una leggenda la scena che si racconta avvenuta tra lo sdegnoso poeta, il Capponi e il Centofanti quando questi due andarono come deputati di quel gruppo che il Salvagnoli chiamava la Scuola storica di San Sebastiano e i fiorentini, tout court, Sansebastianisti?
Si dice che nella stanza di studio del Niccolini, nel soppresso convento di santa Caterina, il dialogo fra i tre amici fu vivacissimo e colorito di quel linguaggio popolano troppo energico che il Niccolini amava usare con libertà antica.