Egli conchiude col dire che sul conto del Diderot ci saranno sempre dei pareri discordi. I lettori che amano le cose forti non saranno urtati dai suoi difetti; gli uomini di gusto non potranno ammirare completamente un uomo che ne aveva così poco. Ma oggi Diderot guadagna terreno. La raffinatezza ha ceduto il posto all’amore per le cose violenti: la scienza degli effetti che si frena e sa dissimularsi fa largo alla forza che sfoggia, che s’agita e si prodiga.
Il Barbey d’Aurevilly dice la stessa cosa, a modo suo. Diderot fu uno spirito senza unità, senza solidità, senza consistenza, senza nessuna delle qualità primordiali e sacre del genio. Fu un gran cervello anarchico, ed ebbe le due anarchie, quella del cervello e quella del cuore. Non filosofo, non critico, non drammaturgo, a che si riduce l’immenso Diderot che pareva un Creso del pensiero? A un novelliere di ristrette proporzioni. Rien que cela sous l’enjolivement des phrases, mais rien que cela!
Il Barbey d’Aurevilly, come francese, ha rabbia che il Goethe sia, più assai che il Diderot, l’idolo e l’ideale del secolo XIX... «La salamandra che si chiamava Diderot e che viveva nel fuoco dello spirito, nel fuoco del cuore, nel fuoco dei sensi, nel fuoco dello entusiasmo, nel fuoco dell’allegria, nel fuoco delle lagrime, in tutti i fuochi che l’uomo, di essenza immortale, può accendere sulla terra colla fiaccola sublime delle sue facoltà, vi si è consumato... E Goethe, questa gelatina coagulata, vive sempre!» È il tono di tutto il libro.
A me pare che lo Scherer abbia torto nell’attribuire la voga che riguarda il Diderot ad una ragione molto secondaria: il gusto prevalente per le cose violenti. L’unica ragione per cui il Diderot guadagna terreno, e ne guadagnerà sempre più, è il suo pregio principale: la sincera e forte impronta della propria personalità lasciata in tutte le sue opere. Il segreto della simpatia ch’egli ispira è tutto in quelle poche righe di uno dei suoi Salons. «È per me e pei miei amici che io leggo, rifletto, scrivo, medito, intendo, guardo e sento. Nella loro assenza, il mio affetto riferisce tutto ad essi. Io penso incessantemente alla loro felicità. Una bella linea mi colpisce? Lo sapranno. Incontro un bel tratto? Ne saranno messi a parte. Ho sotto gli occhi uno spettacolo incantevole? Senza avvedermene, io ne medito la descrizione per loro. Io ho loro consacrato l’uso di tutti i miei sensi, di tutte le mie facoltà, ed è forse questa la ragione per cui tutto si esagera, tutto si arricchisce un po’ nella mia immaginazione e nei miei discorsi: ed essi qualche volta me ne fanno rimprovero, gl’ingrati!» Diderot infatti non fa altro che discorrere, anche quando non fa altro che scrivere e scrivere. I diversi soggetti che gli vengon sotto la penna sono un seguito di digressioni, come quando gli accadeva di parlare per delle ore intiere, saltando da un argomento all’altro, picchiando sulle cosce dei suoi ascoltatori come sulla sponda d’una tribuna, non si frenando in nulla durante il focoso monologo, interminabile eruzione di sentimenti e di idee.
In Diderot noi riconosciamo subito un vero uomo moderno con tutto l’impaccio e tutta la franchezza del borghese, ed anche con tutta la grossolanità. Ogni pagina dei suoi scritti contiene una schietta confessione. Qua la sua ghiottoneria, lì la sua distrazione, altrove la sua timidità e la sua sensibilità. A proposito della quale una volta disse: «Affermando che la sensibilità è la caratteristica della bontà dell’animo e della mediocrità del genio, ho fatto una confessione che non è punto ordinaria, perchè se la Natura ha creato un’anima sensibile, questa è la mia.» Tutto quello che lui scrive esce dal fondo del suo essere, come tutto quello che lui fa. Una lettera a madamigella Volland, scritta a quarantasette anni, una vera lettera di fuoco, trova riscontro nel suo entusiasmo alla vista del Grimm tornato dopo un viaggio di otto mesi, nella gioia provata alla terza rappresentazione del Philosophe sans le savoir di Sedaine, una gioia, che fece esclamare il freddo Sedaine: Ah! monsieur Diderot, que vous êtes beau!
E la sincerità del sentimento, giusto o esagerato che sia, ci alletta ancora più per la sincerità della forma. Diderot non ha pudore; ama i racconti grassi, ci si diverte; e neppure in questo caso vien meno alla sua formola letteraria che par quella d’Otello: esprimi la peggiore idea colla peggiore parola. Or che c’importa che le sue qualità di scrittore siano tutte di slancio, d’entusiasmo, d’esaltazione? (Scherer) Che una complessione di questo genere escluda le qualità critiche dello spirito et predispose celui qui la posséde à l’engouement? Che c’importa che quest’uomo non rispetti tanto la donna da lui amata da risparmiarle i discorsi equivoci e gli aneddoti rivoltanti? Noi troviamo un uomo in tutta la sua vasta opera (venti grossi volumi) e questo, oggi, ci fa assai più piacere che il trovarvi un semplice scrittore, nel senso comunemente dato a questa parola.
Per la stessa ragione il Goethe domina colla sua grandiosa persona il movimento letterario moderno che lo riconosce suo capo. Heine ha detto: Volendo avere il proprio ritratto, la Natura creò Goethe. Egli è lo specchio della Natura.
Però nel Goethe la sincerità ha trovato il freno dell’arte. Non abbiamo più l’improvvisatore ma lo scrittore dalla forma perfetta. E questo spiega perchè la sua influenza sia assai maggiore di quella di Diderot. Barbey d’Aurevilly lo constata con dolore e con commiserazione. «Realisti d’ieri e Naturalisti d’oggi, tutti procedono, più o meno, da Goethe; la sua teoria dell’arte per l’arte essendo riuscita, per gli spiriti grossolani ma conseguenti, alla teorica della natura per la natura che in fondo è assolutamente la stessa cosa!....»
Il fatto è che oggi non cerchiamo più nell’opera d’arte una rappresentazione sbiadita, fredda, pulita, ma l’uomo ed intiero, buono e cattivo, spirito e bestia. E quando dalle pagine dello scrittore questa sensazione, questo sentimento umano vengon fuori prepotenti in guisa da metterci in contatto col profondo organismo dell’essere vivo e pensante, non cerchiamo altro e battiamo le mani; le nostre simpatie sono per lui. Diderot, Goethe; ecco due caratteri opposti, due nature diverse, due temperamenti che s’elidono. Ma tanto l’uno che l’altro ci si son dati intieramente, cuore e spirito, senza riserva veruna; la loro potenza, il segreto della loro influenza è tutto lì. E lasciamo dire al rabbioso Barbey d’Aurevilly che Goethe sia un figlio mal riuscito di Diderot. In quel vague sur les hommes et sur les choses ch’egli vede in Goethe, c’è qualcosa di più elevato e dirò anche di più reale che nella semplice sensazione del Diderot. Questi ha detto bene: la sensibilità è la caratteristica della mediocrità del genio. Il nostro vecchio celibe, romantico e cattolico, ricorda l’addio del Goethe alla bella milanese in Roma, e si sdegna perchè questi seppe contenersi, vincersi e partire. Portò via quel sentimento come uno stucco di più. Ah! plâtre toi-même je te casserai!... egli esclama; e non capisce che dice una sciocchezza di più.