Se fosse stato possibile assegnargli una nazionalità, per quanto indecisa, lo si sarebbe detto francese, per lo spirito ed il brio e per la noncuranza: ma dal padre aveva ereditato la freddezza inglese e gli occhi chiari, dalla madre una facilità di percezione e una impetuosità italiana che scoppiava talvolta, e i capelli oscuri. Il suo volto possedeva quella bellezza suprema in cui la regolarità stessa dei lineamenti dona l'espressione; e sarebbe stato un tipo classico, se la finezza non fosse stata perfino un poco esagerata e l'occhio un po' troppo allungato di forma. Non sarà difficile perciò l'immaginarselo; tranne in una cosa: impossibile farsi un'idea del suo sorriso. Chi lo vide una volta non lo dimenticò più; per quanto egli fosse ricco, crediamo che in esso stesse la sua maggior ricchezza. Per chi possiede un tal sorriso, la parola diventa un accessorio; diceva dei volumi, accompagnava, rinforzava, contraddiceva lo sguardo. Persuadeva, intimava, rassicurava, chiedeva perdono e l'otteneva sempre; era talvolta di un'audacia invincibile.—Quel sorriso strano, capriccioso, irregolare per così dire, che si abbozzava in mezzo a quel viso senza difetti, contrastava con la bellezza classica del profilo, nè se ne sarebbe creduta capace quella bocca cesellata a perfezione. Del resto bello della persona, con la mano finissima e un piede da donna, svelto nelle movenze, di statura media, ma con l'apparenza di un uomo alto per la eleganza del portamento, era una di quelle figure che attirano l'attenzione, e forse sarebbe stato osservato anche non chiamandosi il duca di Westford. È poi indubitabile che la sua riputazione non era unicamente dovuta al suo nome e alla sua ricchezza, e nemmeno alla sua bellezza ed alle sue follie. Il suo ingegno e più ancora il suo spirito vi entravano certo per una gran parte, e insieme a coteste qualità principali, altre minori: per esempio la perfetta noncuranza dell'opinione, i suoi modi inimitabili, la sua gentilezza mista ad un'ironìa fina e che non feriva mai, la sua generosità per cui le voci della riconoscenza soffocavano quelle dell'invidia. La sua passione per il bello lo spingeva di predilezione verso i frutti della fantasia, e la sua passione ed intelligenza nelle arti era tale che i suoi giudizi avevano qualche peso, ed erano certo improntati di molta giustezza insieme a molta originalità.
Quando egli incominciò a vivere a Parigi, giovanissimo come era allora, eccitò talmente l'interesse generale che si parlò di lui solo per molto tempo. La sua comparsa fu un trionfo. E durò perchè le sue facoltà erano svariatissime e le sue originalità veramente originali. Tutto gli era permesso, tutto gli era accessibile. Il suo lusso era di una ricercatezza sconosciuta. Non crediamo tutte le storielle che si narrano sul suo conto, ma in tutto ci deve essere una base di vero.
Egli aveva pochissimi parenti in Inghilterra, molti a Roma, ma questi non se ne curavano, la più parte non conoscendolo che di nome. I primi però si occuparono di lui, suo malgrado, ben inteso, e combinarono di fargli sposare la figlia di un principotto tedesco, mediatizzato. Egli rifiutò subito, ma come accade sempre, si sparse per qualche tempo la voce che fosse vero, e creò una commozione stranissima; poi altrettanto interminabili furono le ciarle a proposito del suo rifiuto.
Il progetto ch'egli aveva confidato a Tibaldo da qualche tempo lo occupava, ma rimase lungamente anche dopo il colloquio di quella sera allo stato di semplice progetto. Trovò il tentativo di romper le sue abitudini ancor più difficile di quello che credeva.
Fu però fermo nel proposito di non tenerne parola, con alcuno, e Tibaldo mantenne scrupolosamente il segreto, talchè quando finalmente fu alla vigilia di effettuarlo, nessuno lo sospettava, nulla affatto ne era trapelato.
Le sue disposizioni furono presto prese. Incaricò un uomo di confidenza di vendere i cavalli, tranne i suoi tre favoriti, ma non volle che alcuna delle persone al suo servizio fosse licenziata. Raccomandò che si avesse molta cura delle opere d'arte ch'egli tanto prediligeva, acciò non soffrissero alcun danno durante la sua assenza, che naturalmente doveva esser lunga. Non salutò nè la Ximena, nè alcuna delle donne «di un carattere leggiero» che si vantavano di conoscerlo, nè andò a baciar la mano a Lady Isabella, nè ad alcuna delle dame più in voga. La vigilia della partenza—mentre il suo fido cameriere si occupava degli ultimi preparativi,—egli condusse la sua vita solita, e nessuno di quelli cui rivolse la parola, ebbe nemmeno una lontana idea di non rivederlo all'indomani. Verso le quattro, comparve in una carrozza nuova tirata da due sauri puro sangue, uno dei quali era montato da un ragazzo di quindici anni, che con la sua giacchetta celeste e argento e le sue guance rosee sembrava un cherubino in livrea. Disse una parola di complimento alla Fiorelli, la celebre prima donna, sul modo divino con cui aveva cantato la sera prima nei Vespri, offerse alla duchessa di M. il fiore che portava all'occhiello, parlò per cinque minuti con un segretario del ministro.—Alla sera si affacciò al suo palco.
All'indomani la duchessa di M., passando per caso in carrozza un po' dopo mezzogiorno dinanzi alla casa del duca, non potè quasi credere ai suoi occhi vedendo chiuse tutte le imposte, il giardino deserto e tutta l'abitazione improntata dei segni dell'assenza. Fu la prima a raccontarlo, e subito la notizia si sparse con la celerità del telegrafo. Fu creduta, contradetta, commentata, ma constatata.—Westford era partito! Tibaldo fu subito interrogato, ed egli che non aveva più motivo di tacere, confermò che Giorgio aveva lasciato Parigi.
—E dov'è andato?
—Non so.
—E quando tornerà?