Ella si affacciò alla finestra tenendo nella destra una caraffa piena d'acqua che versò tutta sui fiori, quasi già avvizziti dal sole, ed essi si rianimarono d'un tratto sotto quella benefica pioggia di cui avevano gran bisogno. Per amore della verità, dobbiamo però constatare che nel far ciò, gettò sbadatamente uno sguardo alla finestra opposta e vedendola ben chiusa, depose la caraffa, e si appoggiò al parapetto, guardando ora i suoi fiori che sembravano ringraziarla allargando le corolle, ora i rari passanti nella via. In uno di questi momenti, Giorgio aperse a sua volta lentamente la finestra e si affacciò, osservando fissamente il bel quadretto che aveva davanti.—Ma questa manovra non gli riuscì troppo, chè appena la bella fanciulla, sollevando ancora gli occhi, se ne accorse, senza affettazione ma abbastanza prestamente si tirò indietro, e come si accorgesse allora dei raggi cocenti del sole che le battevano sulla fronte, abbassò la tenda di paglia grossolanamente dipinta a fiori e foglie—calando così, per lo spettatore di faccia, il sipario prima che la scena fosse incominciata.
Come avrebbero riso sgangheratamente i suoi amici se avessero veduto Westford nell'esercizio di quella manovra da collegiale! E siamo certi che anche il lettore ne taccierà d'inverisimiglianza e non saprà comprendere come quel giovane, che aveva tanto e così svariatamente vissuto, potesse giungere ad alloggiarsi in faccia ad una bella fanciulla qualunque con lo scopo semplicissimo di farle comodamente gli occhietti. Ma siamo obbligati a dire che i suoi amici (e questo non stupirà certo) non lo conoscevano punto se ridevano per una tal cosa; e che noi, con nostro grande rincrescimento, non abbiamo saputo in tal caso delineare come volevamo il carattere piuttosto eccezionale del duca. Infatti, uno dei distintivi principali di esso era di seguire spessissimo la sua prima impressione. Inoltre, non bisogna dimenticare ch'egli poteva trovare interesse oramai solo nelle cose che non aveva fatto prima, e che la semplicità doveva riuscirgli più nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di dimora a Madrid, il primo entusiasmo di trovarsi davvero indipendente, il piacere della solitudine nella folla e dell'incognito, diminuirono, e dovette confessare a sè medesimo che il progetto che gli era sembrato così divertente non lo era troppo, posto in esecuzione, e che perfino questo tentativo di mutamento non riusciva. Gli venne una terribile paura che Tibaldo ed il suo calzolaio avessero ragione e ch'egli fosse proprio irrimediabilmente blasé. Riuscì a scuoterla però; ma malgrado questo, quando ebbe visitato tutti i monumenti, penetrato in tutte le chiese, ammirati tutti i quadri, dai paradisiaci Murillo fino ai Goya ed ai Ribeira tenebrosi e mistici, passeggiato e ripasseggiato al Prado guardando le senoras avvolte nel velo e mostrando le belle manine agitando il ventaglio irrequieto, fumato tutte le qualità di tabacco, bevute tutte le bevande e gustati tutti i sorbetti nazionali, capì che non sapeva bene cosa farebbe della propria persona all'indomani. Acquistò un nuovo costume completo da un sarto indigeno, fece ampia conoscenza con la cucina spagnola, tentò di far la corte ad una signora che stava nel suo albergo, ma tralasciò per paura di riuscire,—e finalmente dovette ammettere che si annoiava.
Un combattimento di tori (che la lettrice non chiuda il libro troppo precipitosamente! non lo descriveremo) che lo divertì per la novità e l'eccitamento dello spettacolo, e qualche conoscenza fatta per caso, al caffè, lo aiutarono a sopportare la noia incipiente che lo invadeva, ma non bastarono a distrarlo.
Solo lo divertiva il far delle lunghe chiacchiere e discussioni con i suoi nuovi amici, di cui quasi ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i quali alcuni artisti di teatro che lo trattavano con tutta famigliarità e quasi con un poco di protezione che lo faceva ridere internamente.
Lasciando Parigi, egli s'era solo proposto di cercare le attrattive di un paese nuovo e di una vita diversa, e l'idea di mischiarsi in avventure era lontanissima dalla sua imaginazione. L'elemento femminile non entrava nel suo progetto. Ma si accorse ben presto che uno dei mezzi che cominciava, quasi involontariamente, ad adoperare per cacciare quelle prime nebbie di noia minacciose, era di fare degli studi artistici molto assidui su tutte le donne che passavano e che potevano forse esser belle. Non gli dispiaceva punto lo sguardo di fuoco che le donne spagnole gettano con molta rapidità su tutti indifferentemente.—Ma le bellezze che vedeva erano molto al disotto dell'ideale che se ne era formato. Singolare pretesa che si ha infatti talvolta di volere che in un dato paese tutte le donne siano belle!
Malgrado tutto ciò, non si divertiva, senza che però si pentisse in alcun modo del suo viaggio, poichè perfino la noia era diversa dalla solita.
Pure capì che una qualche distrazione ci voleva. Un giorno vide passare la fanciulla che presentammo al lettore in principio del capitolo, e la trovò più bella di quante avesse incontrate fino allora. Aveva quella simpatica camminatura viva e cadenzata particolare alle Spagnole, ed il suo piedino, calzato a perfezione da una scarpina che ne copriva solo la punta, era elegante di forma e pareva nel camminare raccontasse molte cose. L'accompagnava una donna vecchia, che un poco le rassomigliava. Sicuro che nessuno dei suoi amici lo vedeva, la seguì e la vide entrare nella casa che abbiamo descritto. Un cartello sulla casa in faccia annunziava che al secondo piano si appigionava; egli entrò, e prese le due stanze verso strada, proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per pretesto a sè stesso, che era stanco di stare all'albergo e che così eseguiva meglio il suo piano.
L'indolenza del suo carattere, e per dire il vero, la quasi indifferenza che, malgrado tentasse combinare un romanzetto, egli sentiva per la fanciulla, impedirono che egli diventasse molto intraprendente, e siamo costretti di confessare che dopo qualche giorno non si curò molto dello scopo che lo aveva condotto nella sua nuova dimora e non si metteva che assai di raro al suo posto di osservazione alla finestra, dove lo abbiamo sorpreso. Pure, quelle volte che vi era stato lungamente ed aveva attentamente osservato col suo occhio scrutatore, l'aveva trovata molto bella, e di una bellezza che artisticamente gli rivelava un orizzonte nuovo e modificava un poco il suo gusto. Egli infatti, come abbiam veduto, era prima di tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza pura, sculturale, greca. La Venere di Milo era la prima sulla lista—dopo, le altre. In mancanza di quella bellezza assoluta e completa di forme e di linee, amava l'espressione, l'anima, il carattere impresso sulla fisonomia, ed acconsentiva a non darsi cura di molte imperfezioni purchè gli occhi fossero eloquenti, i lineamenti espressivi, la fisonomia originale, il sorriso caratteristico, purchè insomma ogni linea raccontasse la sua storia. Nella bellezza della fanciulla che ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè la bellezza altissima che Fidia e Prassitele resero immortale, nè quella bellezza che Tibaldo aveva chiamato moderna nel parlare di Lady Isabella.
La era semplicemente la bellezza della grazia, della freschezza, del capriccio. Il suo occhio non era profondo e non rivelava molto, la sua espressione era allegra, vivace e nulla più, le sue forme e le sue linee erano belle, ma non perfette. Il suo viso inoltre non raccontava una di quelle storie che ne invogliano a studiare l'anima della persona che lo possiede. In compenso però sembrava aspettare che qualcuno gli narrasse la propria.