De’ successivi progressi di tale trasformazione ci fanno sufficiente testimonianza gli atti notarili e cancellereschi, che per usanza e per legge dovevano essere scritti in latino, o almeno in una forma che ne avesse l’apparenza.

Nella massima parte di codeste scritture, che specialmente dall’VIII secolo in poi ci son rimaste in gran copia, il capriccio individuale è per solito così sfrenato, e la mancanza d’ogni norma grammaticale così assoluta, da non lasciare ombra di dubbio, che i loro autori non scrivevano nessuna vera lingua, nè viva nè morta; ma storpiavano alla peggio, ognuno a suo modo, la propria parlata, su quello stampo informe di latino che ognun d’essi aveva in capo, o meglio che gli veniva in capo mentre scriveva. E quindi era possibile che, per esempio, un notaro e un prete di Lucca e un altro notaro della vicina Sovana usassero nello stesso tempo (a. 736–740) tre formule orribilmente sgrammaticate rispetto al latino, ma con spropositi del tutto diversi, sicchè ognuna, per di così, costituisce una lingua a sè. Il notaro lucchese, infatti, scriveva: Regnante piissimi dn. nostro Liutprand et Hilprand vir excellentissimis regibus....[62] Il prete, invece: Regnante Domnos noster Liutprand et Helprand, Domino juvante, regibus....[63] E il notaro sovanese: Regnante Domni nostri Liutprand et Hilprand viri excellentissimi rigis....[64] Basterebbero, dunque, questi tre soli esempi tra mille, a provare che nel principio del sec. VIII gl’idiomi parlati in Italia non erano più il latino.

Ma i notari e i cancellieri, e in parte anche i cronisti, i biografi e simili, ci offrono prove ben più dirette e lampanti; poichè, alle volte per maggior chiarezza, ma più spesso per ignoranza, incastrano qua e là ne’ loro scritti forme semivolgari o prettamente volgari. Eccone qui pochi saggi, desunti da documenti d’ogni regione d’Italia.

A. 539. In un papiro ravennate, contenente un istrumento di vendita: Eundemque comparatorem [compratore] Pelegrino Vaistrini [sic], heredesque ejus causa hujus venditionis in ss [supra–scriptam] rem inremittere, ingredi, possidereque permiserunt. (Maffei, Istoria Diplomatica; Mantova, 1727; pag. 151.)—Nomero centum decem ... nomero. (Ibid., pag. 152).—Vindetrice (ripetuto due volte, invece del genitivo venditricis.—Ibid., pag. 153).

A. 557. In un papiro reatino: Aetatis invicillitatem. (Ibid., pag. 161 bis.) Invicille e invecille, per imbecille, vivono ancora in alcuni de’ nostri vernacoli.

A. 602 o 603. In valle que nominatur Bobio. (Historiae patriae Monumenta, edita jussu regis Caroli Alberti. Chartar. tom. I, pag. 3.)

A. 685. Orare diveatis ... tam movile quam imovile ... scrivendam ... stavilitum. (Docum. Lucch., tom. IV, pag. 63–64.)

A. 713. Ego Fortunato.... Et posi hanc completa cartula, rememoravimus particellula nostra de oliveto in Vaccule, ego Fortonato et Bunuald parte nostra in integrum offerimus Deo et beati S. Petri, quem novis heredem constituemus. (Ibid., tom. V, par. II, pag. 4–5.)

A. 730. De uno latere corre via publica. (Carta pisana, nel Muratori, Diss. cit., col. 480–81.)

A. 746. De uno latum decorre via publica ... nomero quindeci. (Docum. Lucch., tom. V, par. II, pag. 23.)