Una sola volta, nel terzo atto, ma pure con così evidente sforzo, prendendo tutto il vostro coraggio a due mani, vi provate a fare una scena capitale, una scena nella quale, come spesso avviene a chi per tanto tempo si sia imposto di soffrire in silenzio, non riuscite in prima a trovare alla vostra voce un tono che sembri giusto a voi stessa, e poi alla fine lasciate prorompere quasi farneticando lo strazio così a lungo compresso.

Sì: questo non sarebbe male: ma vi accade allora, cara signora, la peggior disgrazia che si potrebbe immaginare (sempre in riferimento a quella tale prima attrice di ruolo che si rispetti, la quale dovrebbe assumersi di rappresentar nella commedia la vostra parte); la disgrazia, voglio dire, d’esser cacciata via sul più bello da vostro marito, in presenza della sua amante. Vi par poco?

Ah, voi ve ne andate via diritta, lo so, e più alta e più nobile di prima; e il vostro spirito, se non più la vostra persona, sèguita sì a dominare e a imporsi sulla scena sino alla fine dell’atto, più che se voi foste presente, e trionfate voi, voi soltanto in ultimo, sì; ma il fatto è che, a metà o poco più oltre di quest’ultimo atto, voi ve n’andate via e non comparite più sulla scena.

Può una prima attrice di ruolo che si rispetti tollerare una cosa simile, massimamente quando sulla scena resta invece quell’altra, l’amante di vostro marito, che ha una bella parte facile e di sicuro effetto: la parte d’una madre a cui voi, cara signora, avreste voluto togliere la figliuola; una povera madre che se la lascia poi portar via da vostro marito, la figliuola, alla fine, e resta lì, sola sulla scena, davanti al giocattolo della bimba che non c’è più: quella campagnina stesa sulla tavola, con gli alberetti e le pecorelle e il pastore e il cane; e che poi s’accorge d’aver tra le mani il cappellino di lei e rompe in singhiozzi disperati e cala la tela?

Ah, signora mia, di fronte a una parte come questa, e proprio al finale dell’atto e della commedia, ma nessuna prima attrice di ruolo che si rispetti, credetelo, può più esitare: butta via la vostra parte e prende questa!

La protagonista siete voi? Non importa, cara signora. Sarà verissimo che tutto ciò che avviene nei tre atti, avviene soltanto per il vostro particolar modo di pensare e di sentire; che quel che c’è di nuovo, di originale in questa commedia è ciò che dite voi e come voi lo dite: il sentimento vostro, di moglie sterile, la quale ha compreso che oltre e sopra il suo diritto sul marito c’è il dovere di questo verso la figliuola che un’altra donna gli ha dato e che lei non ha potuto dargli; e quella vostra logica precisa e diritta, per cui, quando avete saputo che l’amante stanca vorrebbe rimandare a voi vostro marito, andate da lei a dirle che questo non è possibile, poichè l’uomo che ella vi ha preso non è più soltanto vostro marito ma è anche padre qua adesso; e che dunque, o il padre deve rimanere dov’è sua figlia, o ella vi deve dare anche la figlia insieme con lui.

Verissimo, sì, verissimo tutto questo; ma è anche vero, cara signora, ciò che vi ho detto in principio: che voi non fate in questa commedia una bella figura. Statevene qua, dunque nel libro. Sui palcoscenici nostri, così com’essi sono e così come voi siete, non potete farvi strada per ora, ve lo dico io. Vi manca, signora mia, ciò che in gergo teatrale si chiama la carrettella.

Vostro affezionatissimo autore
Luigi Pirandello.

ATTO PRIMO.

Sala di redazione del giornale politico quotidiano La Lotta. Uscio comune in fondo, che dà su un corridoio. Due scrivanie, disposte lateralmente, quasi di fronte. Un tavolino in mezzo, ingombro di giornali. Due vetrine; scaffali; un canapè; poltrone; seggiole. Alle pareti un orologio, un manifesto illustrato del giornale La Lotta; altri avvisi, ecc.