Francesca.
E che intende dire, dottore?
Romeri.
Intendo dire, signora, che mi trovai una volta — e mi bastò — davanti a un caso, in cui l’esercizio del mio dovere sentii che diventava addirittura mostruoso.
Francesca.
Ma sì, sarebbe difatti mostruoso!
Romeri.
No, signora, lei non intende in qual senso io lo dica. È proprio il contrario. Un soldato, in caserma — sono ormai tant’anni — in un accesso di furore, sparò contro un suo superiore; poi rivolse l’arma contro se stesso per uccidersi anche lui. Rimase ferito mortalmente. Ebbene, signora: di fronte a un caso come questo, nessuno pensa al medico a cui è fatto l’obbligo di curare, di salvare — se può — quel ferito; come se il medico fosse soltanto uno strumento della scienza e nient’altro; come se il medico non avesse poi per se stesso, come uomo, una coscienza per giudicare se — ad esempio — contro al dovere che gli è imposto di salvare, egli non abbia il diritto di non farlo, o il diritto almeno di disporre poi della vita che egli ha restituito a un uomo che se l’era tolta per punirsi da sè con la maggiore delle punizioni: uccidendosi! Nossignori! Il medico ha il dovere di salvare, contro la volontà patente, recisa di quell’uomo. E poi? quando, io gli ho restituita la vita? perchè gliel’ho restituita? Per farlo uccidere, a freddo, da chi ha imposto a me un dovere che diventa infame, negandomi ogni diritto di coscienza sull’opera mia stessa? Questo, signora, per dirle che io ho riconosciuto sempre, e voglio riconoscere, nei casi della mia professione, di fronte ai doveri che mi sono imposti, anche i diritti che la mia coscienza reclama.
Francesca.
E allora lei si presterebbe...?