Certamente, l'umorismo nasce da uno speciale stato d'animo, che può, più o meno, diffondersi. Quando un'espressione d'arte riesce a conquistare l'attenzione del pubblico, questo si dà subito a pensare e a parlare e a scrivere secondo le impressioni che ne ha ricevuto; di modo che quella espressione, sorta dapprima dalla particolare intuizione d'uno scrittore, penetrata rapidamente nel pubblico, è poi da questo variamente trasformata e diretta. Così avvenne per il romanticismo, così per il naturalismo: diventarono le idee del tempo, quasi un'atmosfera ideale; e molti fecero per moda i romantici o i naturalisti, come molti per moda fecero gli umoristi in Inghilterra nel sec. XVIII, e molti furon degli umidi nel Cinquecento in Italia, e degli arcadi nel settecento. Uno stato d'animo si può creare in noi e divenir coerente o rimaner fittizio, secondo che risponda o no alla speciale fisionomia dell'organismo psichico. Ma poi le idee del tempo mutano, cangia la moda, i pòmpili seguaci si mettono appresso ad altre navi. Chi resta? Restano quei pochi, da contar su le dita, quei pochi che ebbero, primi, l'intuizione straordinaria, o in cui quello speciale stato d'animo divenne così coerente, che poteron creare un'opera organica, resistente al tempo e alla moda.
Sul serio poi l'Arcoleo crede che nella nostra letteratura dialettale non ci sia altro che spirito comico? Egli è siciliano, e certamente ha letto il Meli, e sa quanto sia ingiusto il giudizio di arcadia superiore dato della poesia di lui, che non fu sonata soltanto su la zampogna pastorale, ma ebbe anche tutte le corde della lira e si espresse in tutte le forme. Non c'è vero e proprio umorismo in tanta parte della poesia del Meli? Ma basterebbe citar soltanto La cutuliata per dimostrarlo!
Tic tic... chi fu? Cutuliata.
E non c'è umorismo, vero e proprio umorismo, in tanti e tanti sonetti del Belli? E senza parlare delle figure del Maggi, il Giovannin Bongè, il Marchionn di gamb avert di Carlo Porta non son due capolavori d'umorismo? E, poichè si parla di tipi rimasti imperituri, il Monsù Travet del Bersezio, il Nobilomo Vidal del Gallina? E un altro scrittore dialettale abbiamo, finora quasi del tutto ignoto, grandissimo: umorista vero, se mai ce ne fu, e — a farlo apposta — meridionalissimo, di Reggio Calabria: Giovanni Merlino, rivelato or son parecchi anni, in una conferenza[47] da Giuseppe Mantica, suo conterraneo, che sarebbe stato anche lui un forte scrittore umorista se, nel breve corso della sua esistenza, la politica non lo avesse troppo presto distratto dalle lettere. Scrisse il Merlino i suoi libri per 55 lettori, che nomina uno per uno e divide in quattro categorie, imponendo a ciascuna di esse alcuni speciali obblighi in ricompensa del piacere loro procurato. Uno de' suoi volumi, ancora tutti inediti, è detto: Miscellanea di varie cose sconnesse e piacevoli, «fatta per coloro che, avendo poco cervello, vogliono istruirsi sul modo più acconcio per perderlo interamente»; gli altri sono Memorie utili ed inutili ai posteri, ossia la vita di Giovanni Merlino del quondam Antonio di Reggio, principiata a 27 decembre 1789 e proseguita fino al 1850, composta di sette volumi. Vorrei poter citare per disteso il lungo Dialogo alla calabrese tra Domine Dio e Giovanni Merlino o il Conto con Domine Dio per dimostrare che umorista fosse il Merlino. Nell'attesa che gli eredi lo rendano a tutti noto pubblicando i volumi, rimando alla pubblicazione che il Mantica fece di questi due impareggiabili Dialoghi, con la traduzione a fronte.
Questo, per la letteratura dialettale. Non scopre poi sul serio altro che ironia e satira l'Arcoleo negli scrittori italiani? Io penso a un certo Socrate immaginario d'un certo abbate del settecento; penso al Didimo chierico del Foscolo: ad alcune volate in prosa del Baretti; penso ai Promessi Sposi del Manzoni, tutto infuso di genuino umorismo;[48] penso al Sant'Ambrogio del Giusti, vera poesia umoristica, unica forse tra le tante satiriche o sentimentali; penso a quei certi dialoghi e a quelle certe prosette del Leopardi; penso all'Asino e al Buco nel muro del Guerrazzi; penso al Fanfulla del D'Azeglio; penso a Carlo Bini; penso a quella tal cucina nel castello di Fratta delle Confessioni d'un ottuagenario del Nievo; penso a Camillo De Meis, al Revere; e, poichè l'Arcoleo arriva fino a Marco Twain, penso al Re umorista, al Demonio dello stile, all'Altalena delle antipatie, al Pietro e Paola, a Scaricalasino, all'Illustrissimo del Cantoni; al Demetrio Pianelli del De Marchi; penso ai poeti della scapigliatura lombarda e a tante note di schietto e profondo umorismo nelle liriche del Carducci e del Graf; penso ai tanti personaggi umoristici che popolano i romanzi e le novelle del Fogazzaro, del Farina, del Capuana, del Fucini, e anche ad alcune opere di più giovani scrittori, da Luigi Antonio Villari all'Albertazzi, al Panzini... ed ecco, la Lanterna di Diogene di quest'ultimo vorrei porre in una mano all'Arcoleo e nell'altra la candela del Candelaio del Bruno: son sicuro che parecchi scrittori umoristi scoprirebbe nella letteratura italiana antica e nuova.
PARTE SECONDA
Essenza, caratteri e materia dell'umorismo
I
Che cosa è l'umorismo?
Se volessimo tener conto di tutte le risposte che si son date a questa domanda, di tutte le definizioni che autori e critici han tentato, potremmo riempire parecchie e parecchie pagine, e probabilmente alla fine, confusi tra tanti pareri e dispareri, non riusciremmo ad altro che a ripetere la domanda: — Ma, in somma, che cos'è l'umorismo?