— Il n'y a pas d'humour, il n'y a que des humouristes, — dice il signor Baldensperger.
E il Croce s'affretta a concludere:
— La questione è così esaurita.
Esaurita? Torniamo e torneremo sempre a domandare come mai, se l'umorismo non c'è, nè si sa, nè si può dire che cosa sia, ci sieno poi scrittori, di cui si possa sapere e dire che sono umoristi. In base a che cosa si saprà e si potrà dire?
L'umorismo non c'è; ci sono scrittori umoristi. Il comico non c'è; ci sono scrittori comici.
Benissimo! E se un tale, sbagliando, afferma che un tale scrittore umorista è un comico, come farò io a chiarirgli lo sbaglio, a dimostrargli che è un umorista e non un comico?
Il Croce pone innanzi la pregiudiziale metodica circa la possibilità di definire un concetto. Io gli pongo innanzi questo caso, e gli domando come potrebbe egli dimostrare, per esempio, all'Arcoleo, il quale afferma che il personaggio di don Abbondio è comico, che invece no, quel personaggio è umoristico, se non avesse ben chiaro in mente che cosa sia e che debba intendersi per umorismo.
Ma egli dice, in fondo, di non muover guerra alle definizioni, e che anzi il suo modo di rifiutarle tutte, filosocamente, è l'accettarle tutte, empiricamente. Anche la mia; che del resto non è, nè vuol essere una definizione, ma piuttosto la spiegazione di quell'intimo processo che avviene, e che non può non avvenire, in tutti quegli scrittori che si dicono umoristi.
L'Estetica del Croce è così astratta e negativa, che applicarla alla critica non è assolutamente possibile, se non a patto di negarla di continuo, com'egli stesso fa, accettando questi così detti concetti empirici che, cacciati dalla porta, gli rientrano dalla finestra.
Ah, una bella soddisfazione, la filosofia!