Ampio scrittojo in casa di Salvo Manfroni, addobbato con austera magnificenza. La comune è a sinistra.
La stessa sera del secondo atto. Poche ore dopo.
È in iscena, al levarsi della tela, MARTINO LORI. Ha una faccia da morto; gli occhi fissi e come insensati. Attende, chi sa da quanto tempo, nel silenzio della casa. A mano a mano il volto gli s’atteggia a seconda dei varii sentimenti che gli tumultuano dentro. Di tratto in tratto si scuote e mormora tra sè parole inintelligibili, accompagnate da qualche rapido gesto. Gli avviene anche d’abbandonarsi inconsciamente a qualche distrazione, che può apparire strana per quanto naturalissima, come ad esempio, d’andare a osservar davvicino qualche oggetto sulla scrivania che gli abbia quasi puerilmente svegliato la curiosità del solo senso visivo. Ma, arrivato lì davanti, s’arresta, svanito, non sapendo più perchè si sia alzato; e, ripreso dal suo interno farneticare, si rimette senza voce a parlar con se stesso; se non che quell’oggetto tutt’a un tratto torna ad avvistarglisi, e allora egli, senza quasi saperlo, lo prende in mano, lo guarda ma come se non riuscisse a vederlo e con esso in mano seguita a gestire il suo pensiero tormentoso; poi posa l’oggetto e ritorna al suo posto.
Entra dalla comune il vecchio CAMERIERE di Salvo Manfroni.
CAMERIERE
Eh, tarda ancora, signor commendatore. Io non so, di solito le altre sere a quest’ora è qui da un pezzo a scrivere o a leggere. È quasi mezzanotte.
LORI
Ma sì... mi... mi rammento: è andato... dove?... Me l’ha detto... Che anzi, già, prima d’uscire... (Ricorda che il Manfroni gli disse di annunziare a Palma che andava col Gualdi e col Bongiani; ma stima inutile seguitare) A un’inaugurazione... Con suo (sta per dire «genero» e accenna un ghigno che è come un singulto) Sì sì... e con quell’altro... il conte Bongiani.
CAMERIERE
A un’inaugurazione?