Ritornarono poco dopo, per la visita serale, i tre medici curanti. A uno a uno, appena arrivati, consultarono a lungo i polsi del colpito, prima il destro, poi il sinistro, tra il silenzio religioso degli astanti che spiavano ogni loro movimento, come in attesa d'un responso fatale, inappellabile. Il giovine dottor Bax riferiva in breve a bassa voce ai tre colleghi, che dimostravano di non prestargli ascolto, lo stato dell'infermo durante la loro assenza.

— Zitto, collega: va bene! — disse, seccato, il più vecchio dei tre, e tirò giù il lenzuolo per osservare il petto e il ventre del moribondo agitati continuamente, per lo stento della respirazione, da conati quasi serpentini. Quella vista angosciò così gli astanti, che molti distrassero lo sguardo da quel ventre illuminato da una candela sorretta da un infermiere. Un altro dei medici, magro, rigido, impassibile, posò le dita nodose sull'attaccatura del collo, a sinistra, ove lenta e forte pulsava visibilmente l'arteria; poi, tutta la mano, sul cuore. Il terzo si mise a solleticar con un dito la pianta del piede destro, paralitico, per accertarsi se la sensibilità non fosse estinta del tutto.

Il medico magro rigido disse a uno degli infermieri:

— Avvicinate la candela.

E con due dita sollevò la pàlpebra dell'occhio destro già spento.

Poi, tutti e tre, seguiti dal giovane dottor Bax, si recarono al balcone, e vi sedettero al fresco a confabulare. Dopo alcuni minuti uno d'essi s'alzò e, accostandosi alla mensola, trasse dall'astuccio una siringhetta, la pulì, la provò due volte facendone sprillare un po' d'acqua; poi la riempì di caffeina e s'appressò al letto.

— La candela!

— Dottore, dottore, perchè prolungar così lo strazio di questa agonia? — gemette affannosamente lo zio canonico, impallidito alla vista dello strumento.

— È nostro dovere, signore, — rispose asciutto asciutto il medico, scoprendo la gamba del giacente.

— Ma lasciamo fare a Dio.... — insistè con voce piagnucolosa il canonico.