Egli rimase lì, solo, a sedere su la pietra, tutto in preda a quel tremore crescente; e, curvo, tenendosi tutto ristretto in sè, come un grosso gufo appollajato, intravide a un tratto una cosa che gli parve.... ma sì, giusta, ora, per quanto atroce.... per quanto come una visione d'altro mondo.... ma che pure non poteva essere che così, e che così forse si sarebbe sempre fissata per lui, davanti ai suoi occhi: la luna, ma come un'altra luna d'un altro mondo, una gran luna che sorgeva lenta da quel mare giallo di stoppie; e, nera, in quell'enorme disco di rame vaporoso, la testa inteschiata di quel cavallo che attendeva ancora col collo proteso; che avrebbe atteso sempre, forse, così nero stagliato su quel disco di rame, mentre i corvi, facendo la ruota, gracchiavano alti nel cielo.
Quando Ida, disillusa, sdegnata, sperduta per la pianura, gridando: “Nino! Nino!„ ritornò, la luna s'era già alzata; il cavallo s'era riabbattuto, come morto; e Nino.... — dov'era Nino? Oh, eccolo là, per terra anche lui.... Si era addormentato là? — Corse a lui, e lo trovò che rantolava, con la faccia anche lui a terra, quasi nera, gli occhi gonfi, serrati, congestionato.
— Oh Dio!
E si guardò attorno, quasi svanita; aprì le mani, ove teneva alcune fave secche portate da quel casale per darle a mangiare al cavallo.... guardò la luna, poi il cavallo, poi qua per terra quest'uomo come morto anche lui.... si sentì mancare, assalita improvvisamente dal dubbio che tutto quello che vedeva non fosse vero, e fuggì atterrita verso la villa, chiamando a gran voce il padre, il padre che se la portasse via, oh Dio! via da quell'uomo che rantolava.... chi sa perchè! via da quel cavallo, via da sotto quella luna pazza, via da sotto quei corvi che gracchiavano nel cielo.... via, via, via....
IL CAPRETTO NERO.
Senza dubbio il signor Charles Trockley ha ragione. Sono anzi disposto ad ammettere che il signor Charles Trockley non può aver torto mai, perchè veramente la ragione e il signor Trockley sono una cosa sola. Ogni mossa, ogni sguardo, ogni parola del signor Charles Trockley sono così rigidi e precisi, così ponderati e sicuri, che chiunque, senz'altro, deve riconoscere che non è possibile il signor Charles Trockley, in qual si voglia caso, stia dalla parte del torto. Non è possibile, prima di tutto, per la posizione ch'egli prende subito, e da cui sarebbe vano tentare di rimuoverlo, di fronte a ogni questione che gli sia proposta, o avventura che gli occorra.
Io e lui, per recare un esempio, siamo nati lo stesso anno, lo stesso mese e quasi lo stesso giorno; lui, in Inghilterra; io, in Sicilia. Oggi, quindici di giugno, egli compie quarantotto anni; quarantotto ne compirò io il giorno ventotto. Bene: quant'anni avremo, lui il quindici, e io il ventotto giugno dell'anno venturo? Il signor Trockley non si perde; non èsita un minuto; con sicura fermezza sostiene che il quindici e il ventotto giugno dell'anno venturo lui e io avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.
È possibile dar torto al signor Charles Trockley?
Il tempo non passa ugualmente per tutti. Io potrei avere da un sol giorno, da un'ora sola più danno, che non lui da dieci anni passati nella rigorosa disciplina del suo benessere; potrei vivere, per il deplorevole disordine del mio spirito, durante quest'anno, più d'una intera vita. Il mio corpo, più debole e assai men curato del suo, si è poi, in questi quarantotto anni, logorato quanto certamente non si logorerà in settanta quello del signor Trockley. Tanto vero ch'egli, pur coi capelli tutti bianchi d'argento, non ha ancora nel volto di gambero cotto la minima ruga, e può ancora tirar di scherma ogni mattina con giovanile agilità.
Ebbene, che importa? Tutte queste considerazioni, ideali e di fatto, sono per il signor Charles Trockley oziose e lontanissime dalla ragione. La ragione dice al signor Charles Trockley che io e lui, a conti fatti, il quindici e il ventotto di giugno dell'anno venturo avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.