— No. Ti stimo. Tu stimi me, io stimo te. Per una vergogna come la tua non darei più di tremila lire.
— Tre?
— Cinque, va' là! e un po' di biancheria. Hai una sorella anche tu? Tre camìce di seta anche a lei, aperte davanti! Se le vuoi, te le do.
E lo piantò lì, in mezzo alla strada.
A casa non disse una parola nè alla madre nè alla figliuola. Del resto, non aveva mai ammesso, dal giorno della sciagura in poi, cioè da circa sedici anni, nessun discorso che non si riferisse ai bisogni immediati della vita. Se l'una o l'altra accennava minimamente a qualche considerazione estranea a questi bisogni, si voltava a guardarle con tali occhi, che subito la voce moriva loro sulle labbra.
Il giorno appresso partì per Napoli, lasciandole non solo nell'incertezza più angosciosa sul conto di quella eredità, ma anche in una grande costernazione, se — Dio liberi — commettesse là qualche grossa pazzia.
Le donne del vicinato fomentavano questa costernazione, riferendo e commentando tutte le stranezze commesse da Crispucci in quei tre giorni. Qualcuna, con rosea e fresca ingenuità, alludendo alla defunta, domandava:
— Ma com'è ch'era tanto ricca, com'è? Ho sentito dire che si chiamava Margherita. Com'è che, dice, la biancheria è cifrata R e B? Che combinazione! Le stesse mie cifre!
— E B? No, R e C, — correggeva un'altra — Rosa Clairon, ho sentito dire.
— Ah, guarda, Clairon.... Cantava?