— Ma certo! Le tocca....
— È infine la madre!
— Se accetta l'eredità....
— Ma vedrete che prenderà il lutto anche lui....
— No no, lui no....
— Se accetta l'eredità....
La vecchia si agitava sulla seggiola, come Fina si agitava sul letto, di là. Perchè questo era il dubbio smanioso: che egli accettasse l'eredità. Tutte e due, di nascosto, al primo annunzio della morte, s'erano recate dal signor avvocato Boccanera, spaventate dalle furie con cui Crispucci aveva accolto la notizia di quell'eredità, e lo avevano scongiurato a mani giunte di persuaderlo a non commettere le pazzie minacciate. Come sarebbe rimasta, alla morte di lui, quella povera figliuola, che non aveva avuto mai, mai un momento di bene da che era nata? Egli metteva in bilancia un'eredità di disonore e una eredità d'orgoglio: l'orgoglio d'una miseria onesta. Ma perchè pesare con questa bilancia la fortuna che toccava alla povera figliuola? Ella era stata messa al mondo senza volerlo, e finora con tante amarezze aveva scontato il disonore della madre; doveva ora per giunta essere sacrificata anche all'orgoglio del padre?
Durò un'eternità — diciotto giorni — l'angoscia di questo dubbio. Neppure un rigo di lettera in quei diciotto giorni. Finalmente, una sera, per la lunga scala erta e angusta le due donne intesero un tramestìo affannoso. Erano i facchini della stazione che portavano su, tra ceste e bauli, undici pesanti colli.
A piè della scala, Crispucci aspettò che i facchini andassero a deporre il carico nel suo appartamento al quarto piano; li pagò; quando la scala ritornò quieta, prese a salire adagio adagio.
La madre e la figliuola lo attendevano trepidanti sul pianerottolo, col lume in mano. Alla fine lo videro apparire, a capo chino, insaccato in un abito nuovo, color tabacco, peloso, comprato certo bell'e fatto a Napoli in qualche magazzino popolare. I calzoni lunghi gli strascicavano oltre i tacchi delle scarpe pur nuove; la giacca gli sgonfiava da collo.