(con estrema esasperazione)

Mi volete proprio far dire tutto — tutto? Anche quello che nessuno confida neanche a sè stesso? (Si ferma un momento per contenersi; e poi dice ferma, recisa, guardando innanzi a sè con occhi da pazza) Misurai freddamente lo schifo provato, per vedere se avrei potuto resistervi! Mi passai la cipria sul viso, prima d'uscire dall'albergo, col veleno nella borsetta, dentro un tubetto di vetro. Ne avevo tre di quei tubetti, nella valigia. Istitutrice. Mi servivano, a un bisogno, per disinfettare. Incipriandomi, mi guardai — proprio come lei ha supposto — nello specchietto a bilico dell'albergo sul canterano. Non prima soltanto, ma anche dopo quella prima prova, uscendo per uccidermi. Sì! Ma sul sedile di quel giardino, fino a un momento prima, io non lo sapevo, non volevo saperlo, che l'avrei fatto. Avrei potuto, invece, come niente, ritentare la prova; se il caso lo avesse voluto; se fosse passato qualcuno a cui fossi piaciuta o che mi fosse piaciuto. Io non lo so, se mi sarei più uccisa. — La cipria me l'ero data, e anche un po' di rosso alle labbra; e m'ero messo apposta quest'abitino celeste. — (Balza in piedi) Ma se ora sono qua, del resto, scusate, che vuol dire? Vuol dire che l'ho vinto quello schifo, dopo averlo paragonato con la morte. Non sarei qua con uno che m'ha scritto, senza conoscermi, offrendomi ricetto.

Franco

(con improvvisa risoluzione)

Senti! Io lo so, lo so perchè parli così, perchè provi codesta voluttà di dilaniarti!

Ersilia

(subito violenta)

Io? Voialtri!

Franco

Ah! Vedi? Lo sai dire! La senti come una crudeltà degli altri? E perchè vuoi che uno almeno di questi altri, a cui s'è ridestata la coscienza, non ripari a codesta crudeltà?